Lutto
Paga o ti picchio due arrestati per estorsione
Inchiesta su un’associazione per delinquere Perquisizioni e sequestri: 24 denunce
LIVORNO. «Lui era il capo: aspirava a diventare il boss della città. E a questo scopo si stava dando da fare...». Così gli investigatori definiscono Andrea Polinti, livornese di 47 anni, sposato residente in via Pellettier, già conosciuto alle forze dell’ordine per casi di usura e droga. È considerato il leader di un’associazione a delinquere finalizzata a commettere estorsioni, usura, truffa ed altri reati contro la persona e il patrimonio, anche mediante l’uso di armi e violenza. Polinti, secondo gli investigatori, aveva messo su un giro di società, intestate a prestanome, che lui controllava allo scopo di sottrarre beni e soldi, con la complicità di numerose persone. Ieri è finito in manette (è in carcere a Prato), e con lui la stessa sorte è toccata al 41enne livornese Andrea Calloni (si trova alle Sughere), anche lui già noto alle forze dell’ordine. Sul registro degli indagati ci sono altre 24 persone. L’accusa per tutti è associazione a delinquere. Una grossa indagine, chiamata “Attila”, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo, guidati da Luigi Perri, e dal Nucleo tributario della finanza, comandato da Maurizio Querqui.
Indagati anche due “mafiosi”. Il gip di Livorno ieri ha emesso in tutto 36 decreti di perquisizione: verifiche che sono state svolte in tutta la provincia e in un caso anche nella zona di Pisa. Tutti gli indagati sono accusati di associazione a delinquere. Un gruppo formato da uomini e donne, tra cui ci sono anche due persone collegate alla ’ndrangheta calabrese, già denunciate nel passato per associazione a delinquere di stampo mafioso, che ora vivono in città. A casa di Calloni, i militari hanno trovato 640 euro in contanti, divisi in 32 banconote da 20 euro falsificate: avevano infatti la stessa matrice. Per questo Calloni, che per i reati legati all’associazione a delinquere è solo indagato, è stato arrestato in flagranza per detenzione e spendita di banconote false.
«Una macchina da soldi». Andiamo con ordine. L’inchiesta dei carabinieri parte a marzo. Gli uomini di Perri stanno facendo un lavoro che prevede accertamenti bancari e su spostamenti di denaro. E durante questa attività incappano in strani movimenti al centro dei quali sembra esserci Polinti, vecchia conoscenza degli investigatori. Scatta un’indagine che coinvolge la finanza perché si evidenziano da subito anche reati fiscali. Il lungo lavoro investigativo permette di ricostruire un puzzle complesso: negli anni Polinti avrebbe acquisito e creato ad hoc una serie di aziende, nell’ambito della ristorazione, della distribuzione di cibo e bevande e anche un’agenzia immobiliare. Tutte ditte apparentemente non sue perché intestate ad altri (tutte indagate), ma che in realtà sono controllate da lui. Scopo: «fare soldi facili».
2 casi di bancarotta fraudolenta. La scatola di aziende che si incastrano e si succedono è complessa. È per questo che scende in campo la finanza, che è specializzata in questo tipo di reati. Le fiamme gialle scoprono che per due delle ditte collegate a Polinti (una è subentrata all’altra) c’è stata bancarotta fraudolenta e il pm che segue il caso, Luca Masini, di iniziativa fa istanza di fallimento. Si tratta di due ditte di distribuzione e trasporto, con furgoni, di alimenti e bevande. I finanzieri, inoltre, accertano distrazioni di denaro per 300mila euro, soldi spariti non si sa dove. Spariscono anche arredi, mobili e furgoni appartenenti alle due società portate al fallimento: per questo vengono denunciate sei persone, fra cui lo stesso Polinti. Non è finita: le fiamme gialle sequestrano un appartamento in città del valore di 300mila euro per recuperare un’evasione fiscale. Viene fuori, infatti, che una delle due società ha evaso 600mila euro rispetto a due milioni e mezzo di ricavi non dichiarati. Sequestrate anche quote sociale delle dieci aziende, secondo l’indagine, riconducibili a Polinti.
Escalation di violenze: squadra speciale di picchiatori. I carabinieri, nel corso delle indagini, hanno individuato numerosi reati commessi in città negli ultimi anni a Livorno «che denotano il potenziale intimidatorio dell’organizzazione», come spiegano gli stessi militari. Si parla di decine di episodi. I reati più frequenti che emergono dalla ricostruzione degli investigatori sono le estorsioni, commesse non solo nei confronti di persone esterne all’organizzazione (privati che avevano chiesto prestiti o gente collegata alle aziende di Polinti per lavoro), ma in alcuni casi anche ai danni di membri del gruppo. «Per commettere questi reati Polinti si è servito di una sorta di “squadra di picchiatori” che agiva con metodi violenti ed intimidatori, anche con la minaccia di pistole», spiegano i carabinieri. Tra i “prescelti” (4/5 persone in tutto) spesso c’era anche lo stesso Polinti, oltre a dei pugili, o ex atleti, professionisti.
Armi e droga. Nel corso delle perquisizioni fatte ieri sono state sequestrate due pistole calibro 22, detenute illegalmente, con 350 cartucce, un coltello ed una “katana” giapponese, oltre 20 grammi di hashish, 5.000 euro in contanti ed ulteriori 30.000 euro in assegni circolari più cambiali per 100.000 euro.
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