Il Tirreno

Livorno

Ping-pong tra Procure e la truffa milionaria resta senza colpevoli

di Federico Lazzotti
Ping-pong tra Procure e la truffa milionaria resta senza colpevoli

Il fascicolo è rimbalzato per anni tra Livorno e Genova, così dei 68 capi d’imputazione la maggior parte sono prescritti

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LIVORNO. Il raggiro milionario si chiude senza colpevoli (o quasi). E le decine di vittime della truffa rischiano ora di restare senza Giustizia e - beffa oltre al danno - con un conto aperto e spesso salatissimo, con l’Agenzia delle Entrate che da anni chiede loro di saldare cartelle esattoriali da centinaia di migliaia di euro di cui non sarebbero direttamente responsabili.

Colpa - dicono al termine della lettura del dispositivo che ha prosciolto la presunta cricca i legali delle parti civili - di una giustizia lumaca che ha fatto sì che la maggior parte dei 68 capi d’imputazione contestati alla Donato Filippi e company si prescrivessero.

In particolare, il colpo di grazia all’inchiesta aperta nel 2006 dopo le prime denunce, lo avrebbe inflitto il ritorno del fascicolo (siamo a metà 2013) alla Procura di Livorno, dopo che la stessa, due anni prima, aveva inviato a Genova i 19 faldoni d’indagine perché tra le parti offese figuravano anche magistrati livornesi.

Così alla fine dell’udienza preliminare che si è svolta ieri mattina davanti al giudice Antonio Pirato ad esultare sono gli avvocati degli indagati e Claudio Calvi, il ragioniere presente in aula e rimasto invischiato nell’inchiesta.

Al centro dei 68 capi d’imputazione contestati dal pubblico ministero Gianfranco Petralia c’era Donato Filippi, soprannominato “il mago della truffa”. Nato a Pisa ma residente a Livorno, due lauree, una in Economia e commercio e l’altra in Giurisprudenza, avrebbe messo in atto un mega raggiro molto articolato. Truffa, false dichiarazioni, uso di timbri di tribunali, false fatturazioni. Reati che si dividevano in due tipi: da una parte un lungo elenco di frodi al fine di ottenere rimborsi, e dall'altro la serie di false sentenze e dichiarazioni.

Filippi, che avrebbe agito in concorso con gli altri indagati tra i quali ragionieri ed esperti di contabilità, avrebbe costituito una sessantina di associazione usando le identità di persone ignare. Con l’obiettivo di creare un soggetto fiscale tramite cui presentare finte dichiarazione per avere poi i rimborsi Iva per gli anni che vanno dal 2003 al 2005.

C’è chi è sicuro che l’inchiesta sulla presunta truffa milionaria di cui Donato Filippi sarebbe stato la mente, potrebbe essere un film. Adesso però, dopo la beffa della sentenza, chi è rimasto coinvolto in prima persona, spera che ci sia almeno il lieto fine.

«Il rischio - spiegano fuori dall’aula i legali delle parti civili - è che con una sentenza di non doversi procedere nei confronti degli indagati condanni le vittime a dover pagare le cartelle esattoriali che nel corso degli anni l’Agenzia delle Entrate a loro recapitato».

Ecco perché l’ultima speranza è riposta nelle motivazione alla sentenza che il giudice depositerà tra novanta giorni.

«Nelle motivazioni - spiegano in coro gli avvocati Lorenzo Losi e Carmen Licata - è necessario per le parti civili che ci sia riportata la dichiarazione di responsabilità nei confronti degli indagati. Da una parte per rivalersi in sede civile e dall'altra affinché l'Agenzia delle Entrate blocchi e cancelli dal ruolo le cartelle».

In attesa del giudizio di primo grado, infatti, sempre su richiesta dei legali delle parti civili, l’Agenzia aveva bloccato le richieste di pagamenti. Ma adesso che la sentenza c’è e soprattutto quando sarà definitiva il Fisco tornerà a bussare alla porta dei creditori per riscuotere quanto gli spetta e poco importa se i diretti interessati sono estranei alla vicenda.

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