Gioco
«Ha raccontato tutti noi con ironia e grazia»
Così Virzì ricorda l’amico: perdiamo una delle persone più simpatiche al mondo e un vero artista. È riuscito a rendere interessante il carattere dei livornesi
FIRENZE. «Certi luoghi esistono solo se vengono raccontati. E se vengono raccontati con lo stile, la potenza, la grazia e l’ironia raffinata di Giorgio. Livorno esiste grazie a uomini come lui che l’hanno saputa raccontare». Tardo pomeriggio, il regista Paolo Virzì ha saputo da poco della morte di Giorgio Marchetti. Ha la voce roca, si scusa quando le parole non fluiscono come vorrebbe. «Sono scosso, l’ho sentito di recente, sì era malato, ma non al punto da fare pensare a quello che è successo».
Pausa. Lunghissima. Poi riprende, si avverte nella voce l’impasto del dolore e dell’inimmaginabile. «Eravamo molto amici. Lo incontravo spesso a Roma all’hotel Minerva dove soggiornava per questioni legate alla sua professione di urbanista, ma anche a Livorno assieme a comuni amici».
Chi era Giorgio Marchetti?
«Era una delle persone più simpatiche del mondo e un vero artista. Ci lascia un contributo eccezionale di ironia e di grazia. Il suo lavoro di filologo spiritoso ma in realtà serissimo sono un vero trattato antropologico del carattere di questa disgraziata città che è Livorno. Che, per l’appunto, è considerata città capace di umorismo grazie a personaggi come Giorgio che hanno saputo infondere un senso di bellezza e di irriverente poesia a quella nostra inclinazione cittadina verso la beceraggine».
Da cui lui si è sottratto?
«Giorgio non mai stato becero, mai volgare perché il carattere di noi livornesi, lui livornese in esilio a Lucca, lo ha rielaborato con una potenza da grande scrittore, da grande umanista».
Cosa perde Livorno?
«Una voce di sapienza e di cultura».
Lei ha detto: certi luoghi esistono grazie al racconto che ne viene fatto. Quale è il merito di Giorgio?
«Lui è uno di quelli che ha reso il carattere dei livornesi un argomento interessante per chi livornese non è in quanto gli ha infuso una grazia e un’esilarante poesia. Livorno altrimenti è un postaccio dove ci si compiace della propria ignoranza. Lui è riuscito ad ispirare un’idea della truculenza livornese mettendoci dentro una luce di poesia. Gli ha dato un senso di irriverenza geniale, di libertà, di amore per il linguaggio plebeo senza compiacimento becero e senza paternalismi ma sentendosi alla pari degli ultimi della terra dando alla nostra lingua una dignità letteraria come è successo in altre zone. Penso ad esempio alla Napoli di Marotta e De Filippo».
Marchetti è nato e viveva a Lucca.
«Lui era un livornese in esilio, come lo sono anch’io e come lo sono in tanti. E da lontano ci piace dedicare un sentimento di struggimento verso quella città che quando torniamo ci fa soffrire perché non assomiglia a come la vorremmo e la sogniamo».
Come la sua Lucca influenza le radici labroniche?
«Questo non lo so, sicuramente ha influenzato il fatto che scriveva lontano da Livorno. Vedeva le sue radici culturali e umane da un angolo visuale distaccato dalla quotidianeità livornese. E il distacco aiuta a capire meglio la nostra città e a raccontarla con un sentimento di nostalgia, struggimento e poesia, dati dal ricordo. In fondo le pagine più belle su Livorno le ha scritte Giorgio Caproni da Genova».
Nella letteratura italiana quale è il posto di Marchetti?
«Giorgio rientra nel novero dei grandi umoristi. La sua opera monumentale, i dizionari di Borzacchini, è strepitosa e possiede una qualità scientifica propria di un grandissimo filologo».
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