Gioco
Ballantini show a Colle: «Livorno mon amour, ma non commiseratevi»
L’imitatore ospite speciale all’inaugurazione della mostra dedicata a Giancarlo Cocchia, suo ex prof. L’artista: «Mi ha dato tanto»
COLLESALVETTI. «Livorno ha tanto da dare all’arte, ma quanta commiserazione da parte dei livornesi stessi...». Una provocazione fatta col cuore quella che Dario Ballantini fa davanti al pubblico dell’esposizione dedicata a Giancarlo Cocchia, martedì pomeriggio, alla Pinacoteca Servolini di Collesalvetti. È lui l’ospite speciale dell’inaugurazione della mostra, curata da Francesca Cagianelli e promossa dal Comune di Collesalvetti, a 90 anni dalla nascita di Cocchia, esponente delle avanguardie livornesi negli anni 50.
La sala della Pinacoteca è stra colma di gente, artisti e non solo, accorsi soprattutto per ascoltare la testimonianza di Dario Ballantini. Una presenza davvero unica: l’imitatore di Striscia la notizia, oltre che in qualità di artista, esponente dell’Espressionismo, è presente anche in quanto ex allievo del professor Cocchia, nei primi anni Ottanta, in quello che all’epoca si chiamava liceo sperimentale. Tra vecchi ricordi, nuovi progetti e qualche imitazione, Ballantini si racconta al pubblico di Colle, in un vortice di emozioni.
Che ricordo ha del periodo del liceo, quando da studente curioso si avvicinava all’arte, anche grazie a Cocchia?
«È stato un bellissimo periodo. Io ero un alunno pieno di speranze e molto attento. Il rapporto con Cocchia non fu facile: lui era un tipo severo, ci insegnava pittura ed era molto rigido nel metodo. Poi, durante il corso di studi, ci fu un episodio che segnò una svolta: ci portò a casa sua e lì scoprimmo che oltre che un insegnante era anche un pittore. Io rimasi ammaliato dalle sue opere, e con stupore rividi nei suoi quadri i miei... ».
A questo proposito, un tema che vi unisce è sicuramente quello dell’Uomo e della ricerca interiore di sé. Mi viene in mente la sua mostra Identità Artefatte.
«È così. Cocchia nel suo studio aveva diversi quadri, alcuni dei quali ho ritrovato anche qui oggi (martedì ndr), di soggetti umani. Figure che io già ritraevo. E non c’è niente da fare: lui mi ha influenzato molto nei miei lavori successivi».
È vero che in casa ha un’opera di Cocchia?
«In realtà ne ho quattro, che mi sono state regalate da più persone e che tengo custodite con grande orgoglio e affetto. Sono opere della sua maturità: all’epoca in cui mi insegnava, lui si stava dedicando a cose diverse, più sperimentali, anche con l’uso del petrolio. Di lì a pochi anni, nel 1987, ci lasciò».
Qual è stato l’insegnamento più importante che le ha trasmesso?
«Il rigore nel dipingere, dal punto di vista tecnico, e la spiritualità e le emozioni che devono trasparire dai quadri, da un punto di vista più profondo».
Nella sua produzione artistica ci sono molti volti e maschere, che richiamano quelle che lei indossa nel suo lavoro di imitatore. Qual è il segreto della sua “identità artefatta”?
«È un tema che amo quello dell’uomo e delle sue trasformazioni. L’uomo, del resto, è polivalente nelle identità e nelle sue grandi potenzialità, sia creative sia distruttive».
Ballantini e il cinema. Ha recitato per Virzì e Veronesi, nuovi film in vista?
«In realtà sono stato poco utilizzato, eppure, essendo il mio lavoro quello di interpretare altri personaggi, credo che potrei fare delle belle cose... Per il resto mi piacerebbe intraprendere un lavoro di regia, ma per ora è solo un’idea, non ho ancora buttato giù nulla di concreto. Una cosa alla volta».
Settembre andiamo, è tempo di Striscia la notizia... Nuovi personaggi in cantiere?
«Per il momento no, ne ho fatti talmente tanti... Poi Ricci è uno che decide sul momento: lo scorso anno “Renzi” è nato nel giro di tre giorni».
Qual è il suo personaggio a cui si sente più legato?
«In realtà non ne ho uno in particolare, anche se sicuramente quello di maggior successo è stato Valentino».
“I sogni si avverano”, dice Ballantini. Il suo s’è avverato? E cosa consiglierebbe a un giovane artista per aiutarlo a realizzare il suo?
«Il mio si è realizzato. A un ragazzo consiglierei di crederci e soprattutto di non autocommiserarsi, di non buttarsi giù. Livorno ha un grandissimo potenziale, ma vista dall’esterno, potrebbe dare di più. Purtroppo il livornese, e lo dico da persona nata e cresciuta qui, è un popolo che tende a piangersi addosso. Questo è sbagliato. È una città ricca di sorprese e di risorse, che può ancora essere considerata una fucina di arte e artisti».
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