Gioco
Stop alle supplenze, ora trema l’esercito degli eterni precari
La ministra annuncia una rivoluzione («una sorpresona») nell’organizzazione del personale I timori dei sindacati: i prof di ruolo costretti a fare da tappabuchi. E Unicobas sciopera già il 17
LIVORNO. «Altro che addio supplenze, semmai il ministro vuol dire addio ai supplenti: restino fuori dalla porta e chi ha avuto ha avuto…». Patrizia Villa, dirigente sindacale della Flc Cgil, smonta così l'effetto annuncio che la ministra Stefania Giannini e un po' tutto il governo stanno montando in vista della “sorpresona” con cui, nella seduta del consiglio dei ministri di dopodomani, rivoluzioneranno il Paese, proprio a cominciare dalla scuola. Lo dice per segnalare che non c'è da attendersi granché di buono: anche perché l'annunciata sparizione del precariato scolastico avverrà soprattutto utilizzando facendo sparire dalla vista i buchi delle assenze dei docenti malati. Come? Praticamente utilizzando i prof di ruolo.
SOLO UN ABBOZZO
Sia chiaro, la ministra ha dato un po’ l'idea di dove vuol andare a parare ma non ha messo sul tavolo le proprie carte né tantomeno ha svelato nel dettaglio gli ingranaggi tecnico-burocratici con cui vuol far muovere la sua idea di mutamento degli assetti organizzativi della scuola. Però è intuibile che il governo intenda puntare a un allungamento dell'orario di lavoro degli insegnanti già in cattedra: magari con un colpo di teatro che metta nell'angolo gli insegnanti perché sono in cattedra per un orario assai inferiore alle 35-40 ore settimanali come buona parte delle altre categorie di lavoratori.
Ma – avverte Villa – il lavoro effettivo non è solo quello della lezione in classe: «Ciascun insegnante passa ogni giorno ore a preparare spiegazioni, correggere compiti in classe, fare riunioni con i colleghi, elaborare programmazioni individualizzate. C'è un enorme lavoro sommerso, che mi sembra si voglia far diventare ancor più sommerso e nascosto». Figurarsi che all'inizio dell'estate era stato il sottosegretario Roberto Reggi a lanciare la sassata dell'innalzamento dell'orario dei prof a 36 ore settimanali, salvo poi aggiustare il tiro e quindi rimangiarsela, ma così da saggiare le reazioni…
Può darsi che non vada in porto il blitz dell'allungamento dell'orario di lavoro dei prof (almeno non ora, ma già una spallata è stata data). Le alternative potrebbero essere due.
LE DUE IPOTESI
La prima ha a che vedere con un diverso modo di calcolare il tempo di presenza a scuola: ad esempio, mettendo da parte le ore che in concreto non sono state fatte, così da accumulare un monte-ore extra da spendere per andare a ricoprire i buchi delle assenze.
La seconda ipotesi nasce dal fatto che dal ministero hanno precisato che non ci saranno diktat ai danni degli insegnanti (e, dunque, pare di capire, ci si muoverà su base volontaria). Tradotto: o si andrà al di là delle sei ore già previste attualmente come possibilità di lavoro straordinario o si incentiverà in qualche modo.
«L'ingranaggio tecnico-burocratese c'è già ed è il passaggio all'organico funzionale», dice Fulvio Corrieri (Snals). «Significa che le scuole potranno contare su un numero di insegnanti congruo rispetto a quanto serve per funzionare. Semmai puntando a costruirlo sulla base di una rete di scuole». Insomma, coprendo con i prof di ruolo solo una parte (70-75%) di quanto necessario e poi affidandosi ai supplenti, di durata annuale o per periodi più brevi, per tamponare il resto delle cattedre scoperte.
«Benissimo, ma è una idea che finora è solo sulla carta», aggiunge Corrieri: «Non c'è traccia dei quattrini che dovrebbero far marciare tutto questo: il contratto è fermo da anni e nessuno smentisce le voci d'un blocco degli scatti di anzianità fino al 2016».
Fin qui abbiamo guardato la cosa dal punto di vista dei prof che una cattedra ce l'hanno già: a loro è stato chiesto negli ultimi dieci anni un forte aumento di produttività, se è vero – come sottolinea Villa – che non soltanto si sono moltiplicati gli adempimenti ma anche è aumentato il numero di alunni per classe e sono diminuite le ore di sostegno. Però l’effetto più pesante lo pagherà chi ancora una cattedra la sogna o se la sta conquistando a pezzi e bocconi: l’immenso arcipelago dei precari, che nella nostra provincia vale centinaia e centinaia di persone.
BATOSTA PER I PRECARI
Sì, salterà fuori un pacchetto di assunzioni. «Ma scommetto che arriveranno a coprire a malapena un posto ogni 8-10», sbotta Claudio Galatolo, leader Unicobas Scuola. Lo ripete dal quartier generale di una organizzazione sindacale che, ad anno scolastico ancora da cominciare, annuncia di aver già messo in pista il primo sciopero della stagione: appuntamento il 17 settembre, tanto per far capire che aria (di mugugno) tira.
Stiamo parlando di precari che hanno rimbalzato nelle sedi più disagiate magari per dieci anni: come la piccola comunità di docenti che ha fatto la spola fra Livorno e l’Elba ritrovandosi prima delle sei allo slargo del lungomare di Antignano per dividere i soldi dell’andirivieni. Come i tanti che «si sono pagati di tasca propria corsi e tirocini, e ora arriva qualcuno a dir loro che è carta straccia», rincara Villa.
Le supplenze fanno male a chi le fa (i precari) e a chi le riceve (gli studenti): è l’aforisma a firma del ministro Giannini che sembra riassumere quanto si sa di questa maxi-operazione sulla scuola.
Già, perché il match coinvolge anche gli alunni (e le loro famiglie). Molti di loro hanno già sperimentato l’altra possibile soluzione al forfait del prof titolare: la trasformazione della scuola in puro e semplice “parcheggio” con lo smembramento della classe, tre-quattro ragazzi ficcati in 4ªB, cinque o sei in 2ª C, gli altri dieci disseminati nelle prime...
SENZA SOLDI
D’altronde, non è forse vero che nei mesi scorsi da una sfilza di istituti scolastici si sono alzate proteste e borbotii perché i docenti non venivano pagati in quanto erano finiti i soldi destinati alle supplenze?
Ma la novità, benché annunciata per il consiglio dei ministri di dopodomani, non potrà essere in pista già il prossimo anno scolastico. «Però gli effetti di una transizione ingarbugliata li sconteremo subito», avverte Galatolo.
«Cosa vuoi aspettarti da una gestione del personale fatta così?», spara la dirigente Cgil: «Riescono a costringere ad andare in pensione chi vorrebbe rimanere al lavoro e, al tempo stesso, con i paradossi della legge Fornero sulla quota 96 obbligano a rimanere quella generazione che ha 40’anni di servizio e 56 anni di età».
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