Il Tirreno

Livorno

L’OPINIONE

Noi poveri ciclisti nell’arena di asfalto

di Paolo Toccafondi
Noi poveri ciclisti nell’arena di asfalto

La difficile convivenza con gli automobilisti su strade promiscue, regolate da norme piene di lacune

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Un chiodo di una trentina di centimetri e qualche vite per tenerlo fermo, ben sistemati nella tibia della mia gamba sinistra. E' un esempio, molto concreto, di quanto sia difficile la convivenza tra auto e bici in città.

Viaggiavo a Prato con la bici da corsa su un viale che porta fuori città, verso la Valbisenzio, un occhio alla fila delle auto parcheggiate lungo la strada, quando all'improvviso il mio unico orizzonte è stato uno sportello spalancato. Il tipo era sceso dall'auto dimenticandosi di guardare se arrivava qualcuno, cioè io, in quel caso. Sterzata inutile. Botta di taglio sulla spalla, bici che si gira, volo in terra, frattura di tibia e perone, piede ciondoloni. Due operazioni (una terza da fare), giorni di ospedale, settimane di stampelle, mesi di recupero. Poi scopri anche la beffa e hai la conferma di come sia difficile trovare un posto sulle strade a questi benedetti ciclisti. Scopri infatti che ti toccherà anche una multa perché tu in quella strada non dovevi esserci. Lungo quel viale corre una pista ciclabile e il codice della strada (articolo 182, comma 9) stabilisce che dove sia presente una pista, i ciclisti debbano obbligatoriamente percorrere quella. E siccome la norma è monca, enuncia una regola ma non la spiega e non chiarisce le eccezioni (Quali ciclisti? Quali piste? Quando?) rimandando a un regolamento con non c'è, si suppone che valga indistintamente per tutti quelli che si muovono sulle due ruote. Dal pensionato con il nipotino sul seggiolino al cicloturista, dal dilettante agonista ai professionisti campioni del pedale. Tutti sulle piste ciclabili, quando ci sono. Anche una squadra di dilettanti che si allena, anche Nibali? Sì anche Nibali. Anche lui sulla ciclabile, facendo lo slalom tra mamme e papà con i passeggini, pedoni e appassionati di jogging, cani al guinzaglio.

Che una simile promiscuità sia assurda e fonte di maggiori pericoli è evidente a chiunque. E infatti sul web fioccano petizioni e raccolte di firme. Ma per quanto contraria al senso comune e ignorata nella prassi (per primi dagli stessi vigili che mai si sognerebbero di bloccare un ciclista in strada per indirizzarlo verso la pista ciclabile), quella è la regola scritta. E se ti capita un incidente, bisogna farci i conti.

Oltretutto quella norma non tiene conto di un'altra difficile convivenza. Quella tra bici e pedoni. Perchè le nostre piste ciclabili sono spesso promiscue, e infatti si chiamano ciclopedonali. Capita così, notizia di questi giorni, che una sentenza della Cassazione abbia confermato la condanna di una signora fiorentina che, invadendo una pista ciclabile, aveva provocato la caduta di una ciclista.

E se convivere è difficile nell'ambiente “protetto delle piste (ciclabili o ciclopedonali) figuriamoci quando si esce sulle strade, nel periglioso mare del traffico cittadino e gli altri conviventi diventano moto, auto, autobus, camion. Taglie sempre più extralarge per le fragili due ruote e per chi le cavalca. Bisogna inventarsi qualcosa e non sempre la pensata è geniale.

Il Comune di Firenze ha deciso di aprire anche ai ciclisti le corsie preferenziali, quelle dove passano autobus e taxi. Detta così suona un po' come l'apertura della caccia. I primi effetti sono: ciclisti terrorizzati che pedalano sentendosi alle spalle o di fianco (che è peggio) il respiro minaccioso e il muro metallico di un gigantesco bus; autisti infuriati, già alle prese con i tempi da rispettare e costretti all'esercizio supplementare di scansare i ciclisti per non dover stare loro in coda. A Livorno si è discusso sull'idea di far viaggiare le biciclette in contraflow, cioè in senso contrario a quello delle auto. Subito divisi e contrapposti gli Amici della bicicletta e l'Automobil club. In effetti anche qui i rischi non mancano. Agli automobilisti sarebbe richiesta una dose di attenzione in più agli stop: da dove verrà la malefica bici?

A Empoli avevano provato a delimitare in sicurezza alcuni tratti di pista ciclabile. Più che una delimitazione era però una blindatura, con giganteschi e pericolosi “ovi” di marmo che adesso il nuovo sindaco vuol rimuovere a furor di popolo. Insomma, aumentano le piste ciclabili. E questo è l'unico dato certo a favore dei ciclisti in città e fuori. Per il resto si avverte solo la necessità di una riflessione nuova che tenga conto dei diversi soggetti che usano e vivono le città.

Perché neppure i ciclisti sono tutti i uguali. Ci sono gli agonisti che si allenano, c'è chi va in bici per diletto, chi per turismo, chi per spostarsi in città contribuendo a ridurre traffico e inquinamento. Ricette pronte, valide in tutti i casi non ce ne sono. Ma bisogna cominciare a ridisegnare le città, riscrivendo le regole di convivenza. Nel codice della strada si parla ancora di “velocipedi”: quando si dice una norma fuori dal tempo... Poi, certo, su tutto servirebbe una bella mano di educazione, ma quella si sa, ha tempi più lunghi. E servirebbe coscienza. Perché se poi su una strada extraurbana un camion con rimorchio che vede arrivare un autobus vuol passare per forza, e per farlo stringe sul ciglio il fuscello-ciclista facendolo volare a gambe all'aria con un'ancata del rimorchio... Ma quella era un'altra storia: frattura del bacino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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