Il Tirreno

Livorno

Mai una portacontainer così grande in porto

Mai una portacontainer così grande in porto

Al terminal Tdt un colosso lungo 300 metri e largo 43: finalmente un segnale ok È un record per Livorno ma altrove circolano navi di dimensioni ben maggiori

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LIVORNO. Stavolta non arriva dalle banchine la notizia d'un guaio o l'avvisaglia d'una crisi bensì un segnale in controtendenza: ce l'ha fatta a entrate in porto la nave portacontainer Maersk Kimi, un colosso che ha una capacità di stiva di poco inferiore ai 7mila teu, lunga appena meno di 300 metri e – sta qui la novità – larga quasi 43 metri. Con un messaggio alla platea degli operatori internazionali: è possibile farcela anche con i giganti larghi più di 40 metri, la limitazione finora in vigore nell’ingresso nel nostro porto. Rispetto agli altri scali, Livorno deve fare i conti con il fatto che è troppo “stretto”: peggio che pretendere di parcheggiare un tir nelle stradine della Venezia...

Mai prima d’ora era entrata in Darsena Toscana una nave di tali dimensioni, come confermano dal quartier generale della Tdt, la società controllata dai genovesi di Gip che hanno come partner la Compagnia portuale (ed è ancora fra i primi trenta terminal contenitori del Mediterraneo).

La nave è stata manovrata dal capo pilota Salvatore Vasta (al cui fianco era il vicecapo Massimiliano Lupi) con l’aiuto di tre rimorchiatori della ditta Neri. A bordo era presente il comandante Umberto Marsili, che nello staff di vertice dell’Autorità marittima è responsabile della sezione tecnica, mentre capo Conte si è occupato degli accosti.

La Maersk Miki aveva come prescrizione di sicurezza un pescaggio massimo di 10 metri e mezzo, ma a quanto viene riferito ieri mattina non dovrebbe aver superato i 9,40 metri. La portacontainer ha sbarcato e imbarcato 500 contenitori per quanto riguarda il normale traffico commerciale di tipo civile. A ciò si aggiunga che sono state trasferite a banchina 105 jeep militari installate su pedane di supporto: in arrivo dagli Emirati, sono destinate a Camp Darby, cuore della logistica delle forze armate Usa per l’area del Mediterraneo e del Vicino Oriente.

Bisogna dire che , in realtà, al nostro porto hanno già avuto accesso navi da crociera di lunghezza ben maggiore come, solo per averne un’idea, le Royal Caribbean della classe Freedom (come Liberty of the Seas o Independence of the Seas), lunghe appena meno di 339 metri. Ma stiamo parlando, appunto, di tipologie di navi che non potrebbero essere più differenti. Senza contare che la larghezza, fattore qui decisivo, anche in queste love boat formato kolossal resta al di sotto dei 39 metri e il pescaggio non arriva a 9 metri.

La Miki è un gigante ma solo per le dimensioni alle quali siamo abituati qui da noi: a dire il vero, niente di eccezionale, è lo standard attorno al quale ruota il livello medio delle flotte perché le navi più grandi superano i 10-12 mila teu. Comunque, si ribalta finalmente la tendenza che sembrava aver imbrigliato il porto labronico, visto che negli ultimi due anni si erano moltiplicati (invano) gli annunci di un test con le navi da 8mila teu: prima slittato di 15 giorni in 15 giorni, poi di mese in mese, infine rinviato a data da destinarsi e di fatto infilato fra la polvere del dimenticatoio.

Però qualche passettino in avanti era stato fatto: con lo spostamento del bacino Salvadori; con il superamento dei vincoli che di fatto facevano iniziare a metà pomeriggio gli stop notturni; con l’accordo per ridurre i costi dei servizi tecnico-nautici. E se è vero che il microtunnel dei tubi Eni e la resecazione della banchina sotto la torre del Marzocco non si traducono domattina in un allargamento del canale, è altrettanto vero che il problema si risolverà dopodomani solo se oggi qualcuno comuncia a creare le condizioni.

Monica Bellandi, direttore di produzione di Tdt, prende a prestito lo slogan di Obama: «Sì, possiamo farcela. Quando la comunità portuale riesce a darsi un obiettivo comune – afferma – i problemi non sono più una montagna insormontabile. Lo spirito di collaborazione non è più soltanto un principio etico, che rischia di rimanere nel cielo delle belle intenzioni: qui è stato dimostrato che fare l’interesse generale ha anche un valore economico».

Mauro Zucchelli

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