Il Tirreno

Livorno

Nuovi nomi per vecchie abitudini

Simone Lenzi

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E così l’ho fatto anch’io: ho organizzato un apericena da me, in giardino. Che poi, a ben vedere, cosa c’è di diverso da quello che ho fatto decine di altre volte, in anni passati? Nulla.

Lo fanno tutti, mi sono detto. E così l’ho fatto anch’io: ho organizzato un apericena da me, in giardino. Che poi, a ben vedere, cosa c’è di diverso da quello che ho fatto decine di altre volte, in anni passati? Nulla.
Un po’ di amici che si ritrovano verso l’ora del crepuscolo e mangiano da un buffet, invece di sedersi tutti intorno a un tavolo.

Insomma, quella che qualche anno fa si sarebbe chiamata una cena in piedi. O che, se fossimo stati high class inglese, avremmo chiamato “ a garden party”. Ma che ai nostri giorni ci tocca appunto chiamare “apericena”.
Questa cosa di chiamare con nomi nuovi cose vecchie è in realtà tutto ciò che gli esseri umani sanno fare meglio. A un certo punto insomma, è come se ci venisse a noia di chiamare una cosa in un certo modo e, chiamandola con un nome nuovo, ci pare che effettivamente anche quel che facciamo sia qualcosa di diverso.
Invece, gratta gratta, gli uomini fanno sempre le stesse cose: nascono, dormono, mangiano, crescono, amano un po’, dormono, mangiano, odiano un po’, mangiano, dormono e poi muoiono. Soprattutto, in definitiva, mangiano e dormono. Lo spirito del tempo però si può giudicare anche dalle parole che usiamo per ribattezzare queste attività solite. Se è così, “apericena” non depone certo a nostro favore. Tutto cominciò una decina di anni fa, quando alcuni esploratori di ritorno da Milano raccontarono a noi provinciali le meraviglie dell’aperitivo: nei bar, oltre all’aperitivo - dicevano - ti danno di tutto..pastasciutta, tartine, torte salate, crostini, formaggi. Mirabilia, insomma, cose dell’altro mondo, per noi che eravamo abituati a ordinare un Campari sperando che ci venissero ammansite anche poche noccioline un po’ stantie a corredo. L’idea insomma era che con il prezzo della bevanda, magari appena maggiorato, uno potesse far cena. Era, in definitiva, l’ ultima manifestazione della cosiddetta “gift economy”: l’economia del dono riscoperta dall’occidente ai tempi di internet, quella per cui tutto è gratis. Musica, film, informazione.

L’aperitivo alla milanese ci lasciava insomma sperare in un mondo in cui nessuno pagava più per nulla. Una cosa un po’ diversa dal modello “all you can eat” dei buffet americani, dove paghi una cifra fissa e poi dipende dalla tua capacità di ingozzarti, ricavare un plusvalore dall’investimento iniziale. Quello è, tutto sommato, ancora un modello di capitalismo classico. La cultura dell’aperitivo invece pareva inscriversi in questo nuovo trend economico che sul finire degli anni novanta cominciò a prendere piede. Nessuno ci avvertì per tempo, però, che in un mondo dove non si pagava più per nulla, sarebbe stato fuori luogo pretendere di venir pagati per qualcosa: era questo il nocciolo amaro racchiuso nell’oliva del Martini, insomma. Ecco dunque che anche i bar milanesi si riempirono di stagisti che lavoravano gratis e facevano l’aperitivo con i soldi della pensione di nonna. Da questo al conio dell’espressione “apericena”, il passo fu breve. Così, se è vero che diamo nomi nuovi a cose vecchie, questo bisogno di nominare tutto daccapo indica forse il fatto che le stesse cose assumono nel tempo un valore nuovo, piegandosi ai cambiamenti del mondo.

Questa è dunque l’epoca dell’apericena, dove il neologismo rende terribilmente esplicito tutto il desiderio un po’ pezzente di potersi permettere un cocktail senza dover rinunciare al mero sostentamento.
La crasi della crisi, insomma.

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