Gioco
«Noi artigiani tartassati» Al fisco 2 euro su 3 incassati
Cna: a Livorno si lavora fino al 22 agosto per pagare le tasse comunali e nazionali, 17 giorni di più rispetto a tre anni fa. Peggio di noi in Toscana solo Firenze e Grosseto
LIVORNO. Mancano ancora pochi giorni: la data-simbolo è quest’anno il 22 agosto. Fino a venerdì prossimo il piccolo imprenditore artigiano livornese lavora per pagare le tasse: che si tratti di imposte nazionali, di balzelli regionali e di tributi locali (a vario tipo e di varia natura). Sia chiaro, appena tre anni fa era il 5 agosto: in pratica, quest’anno un artigiano qualsiasi della nostra città deve lavorare 17 giorni di più per far fronte alle incombenze in fatto di tasse e dintorni. Tanto? Tantissimo, sì: ma ci sono almeno sette città per le quali bisogna aspettare la seconda metà di settembre (e per alcune di esse addirittura la fine...).
L’hanno chiamato “free tax day” ed è fissato ogni dodici mesi dal centro studi della Cna nazionale, nella fattispecie dall’ “Osservatorio permanente sulla tassazione di artigiani e piccole e medie imprese in 112 Comuni d’Italia”: lo fa girando al largo dalle polemiche e dalle accuse di evasione fiscale facile. Per la nostra città dice che una impresa del settore artigiano deve fare i conti con una pressione fiscale reale che, tutto compreso, quest’anno si stima possa arrivare al 63,8%. Non saremo al record fra tutti i capoluoghi di provincia del Bel Paese perché secondo l’indagine Cna, quattro città – Roma, Bologna, Reggio Calabria e Firenze – superano addirittura la soglia del 74% e altrettante sono comunque al di sopra del 70%.
Ma è un sorriso a metà, anzi forse nemmeno: Livorno è al 44° posto (su 112) riguardo a peso di fisco, tributi, imposte e via tartassando. In Toscana, tanto per fare un esempio, oltre a Firenze di cui abbiamo detto, ci supera solo Grosseto (68,1%). E nel resto della regione? A Siena la pressione fiscale reale stimata dall’équipe dell’organizzazione degli artigiani arriva al 63,6%, resta attorno al 61-62% a Lucca (62,1%), a Pistoia (61,7%), a Prato (idem) e a Pisa (61,6%), è al 60% a Massa (e a Carrara poco di più), a Arezzo non arriva al 58%.
E già così ci sarebbe di che mugugnare. Ma la lamentazione raddoppia per altri buoni motivi.
Il primo: all’inizio di questo decennio il peso complessivi dei vari tipi di tasse che gravano sulla piccola impresa risultavano a Livorno perfettamente in linea con la media nazionale, lo scorso anno anzi si era registrato un lieve miglioramento tant’è che Livorno segnato un divario positivo d’una piccola frazione di punto percentuale rispetto al resto del Paese. Quest’anno no: al contrario, all’improvviso il divario si è rovesciato di segno e ora è qui da noi che la situazione è più pesante (dello 0,7%) in confronto allo standard nazionale.
Il secondo: dai dati dello scorso anno alle stime relative a quest’anno la pressione fiscale globale scende di quasi tre quarti di punto nelle varie città italiane. A malapena in una su cinque aumenta, magari di un niente ma aumenta: e fra queste, inutile dirlo, poteva mancare Livorno?
Il terzo: rispetto ad appena tre anni fa, la morsa del fisco si fa sentire ancor di più. A dispetto di tutti i proclami, ecco che per gli imprenditori artigiani livornesi la pressione è aumentata di quasi altri cinque punti percentuali. Beninteso, non è un boom senza precedenti: ci sono quattro città, inclusa Firenze, dove l’impennata è un balzo di oltre dieci punti. E poi: sono sette a Grosseto, grossomodo cinque anche a Lucca e a Siena. Ma, ad esempio, a Pisa, Pistoia e Prato l’incremento è di poco superiore al 3% e a Massa c’è addirittura una diminuzione (meno 0,9%).
Mauro Zucchelli
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