Gioco
«Mi voleva ammazzare, ora ho paura per mia figlia»
Alessio Vaccai, 41 anni, è tornato a casa dopo un giorno in ospedale «La terza coltellata era diretta alla gola, poi ricordo solo il sangue intorno a me»
LIVORNO. «L’ultima coltellata l’ho vista partire. Era o terra, ma sono sicuro che la lama fosse diretta proprio alla gola, non mi ha preso dove aveva mirato solo perché ho girato la testa: è stato un gesto istintivo. Ma sono sicuro che non volesse darmi una lezione, voleva ammazzarmi per aver trascinato due sedie dentro casa dopo una cena con alcuni amici. E ha provato a farlo davanti a mia moglie e mia figlia che hanno visto tutto dalla finestra. Giulia ha 10 anni e da martedì sera è terrorizzata, ha vomitato per tutta la notte e adesso ha paura anche a scendere le scale e a tornare a casa. Ha detto che quando mi ha visto sdraiato a terra in cortile, in una pozza di sangue, ha pensato che fossi morto. Ora spero due cose: che sia fatta giustizia, ma soprattutto che le ferite che questa esperienza ha procurato dentro a figlia, si rimargino come faranno quelle sulla mia pelle».
Alessio Vaccai, 41 anni, operaio specializzato allo stabilimento Solvay è tornato nel suo appartamento, al primo piano dello stabile al numero 8 di via Lussemburgo, quartiere Scopaia, dopo un giorno passato in ospedale.
«Sono un po’ acciaccato ma sto abbastanza bene, almeno fisicamente. Il problema è l’amarezza e l’arrabbiatura dopo quello che è successo», dice alzandosi dal letto per raggiungere la sedia vicino al tavolo del salotto.
È qui che martedì è notte tutto è cominciato ed è qui che Alessio, mentre sua moglie Rossella - ferita nel tentativo di andare a soccorrerlo - prepara il caffé, racconta l’aggressione che ha portato all’arresto, con l’accusa di tentato omicidio, di Mohcine Sandoui, marocchino di 32 anni, fino tre giorni fa agli arresti domiciliari al piano terreno della palazzina.
Dunque avevate organizzato una cena a casa vostra con alcuni amici?
«Esatto. Avevamo invitato alcuni amici del mare. In totale eravamo in nove: sei adulti e tre bambini. Pensi che di solito in estate mangiamo raramente a casa. Ma martedì c’era la Supercoppa tra Real Madrid e Siviglia e abbiamo deciso di vederla qui da noi. Finita la partita, saranno state le undici, gli ospiti sono andati via e io sono uscito con loro per portare la nostra canina Maggy a fare i bisogni. Fino a quel momento nessuno si era presentato per lamentarsi dei rumori. Quando sono rientrato mia moglie stava rimettendo a posto: ha spostato le sedie e il tavolo. A quel punto ho sentito due colpi di scopa provenire dal pavimento. Così ho detto a Rossella di fare piano, anche se la sedia non è certo un rumore molesto e in certe situazioni possono bastare rispetto e comprensione».
Quindi avete smesso?
«Sì, ma dopo qualche minuto ha suonato il campanello da giù. Era il vicino: brontolava, diceva che non dovevamo fare confusione. Con lui personalmente non ho avuto molti rapporti in questi anni, sapevo che era ai domiciliari e che era molto educato con gli altri condomini, a mia moglie apriva la porta, buongiorno e buonasera. Però la famiglia della moglie la conosco da sempre e sono persone splendide, la suocera è venuta poco fa a trovarmi e ci siamo abbracciati».
Quindi lei è sceso?
«Sono andato giù e c’è stato un diverbio, finito con un vaffa. Lui era a torso nudo e con le infradito ai piedi. Appena tornato in casa, mi ha suonato di nuovo dicendomi che voleva chiarire. A quel punto ero contento, perché quello che era successo mi aveva lasciato l’amaro in bocca. Ma quando sono sceso per le scale e sono arrivato sulla porta ho notato subito una cosa: si era cambiato, aveva le scarpe da tennis e la maglietta. Gli ho detto che non volevo rancori. Lui mi ha chiesto di uscire per non fare confusione. E gli ho risposto che era ai domiciliari e se lo avesse beccato la polizia lo avrebbero arrestato».
È a questo punto che è scattata l’aggressione?
«A dire il vero prima c’è stato un’ulteriore scambio di parole. Io ero davanti a lui e quando mi sono voltato ho visto che metteva la mano dietro la schiena. A quel punto, per scherzare, gli ho detto: “Nè coltelli, nè pistole”. Lui mi ha risposto: “Ok, stai tranquillo, non ho niente”. Ma mentre lo diceva aveva un sorriso strano. È a questo punto che mi ha colpito una prima volta all'addome. La reazione al colpo è stata quella di agguantargli il braccio per evitare che affondasse il coltello: aveva una lama di una ventina di centimetri, mi hanno detto che era quello con il quale tagliava l’arrosto».
Chi era affacciato alle finestre che danno sul cortile l’ha vista scappare...
«Dopo il primo fendente ho provato ad andare verso il cortile per chiedere aiuto e farmi vedere, ma dopo pochi passi le gambe hanno ceduto e sono caduto a terra. Lui mi è venuto seguito e mi ha dato il secondo colpo alla spalla, ma l'ha sbucciato e poi ha mirato alla gola ferendomi alla testa. Dopo la terza coltellata ho visto la moglie che lo tirava. Allora mi sono alzato, ho cercato di allontanarmi, capivo che era l'unico modo per salvarmi. Poi ha cominciato a girarmi la testa, ho visto il sangue e sono caduto a terra. Guardavo la spalla e vedevo il sangue uscire a fiotti, ma non sapevo dire dove mi avesse colpito. Ricordo solo che c'era una pozza di sangue attorno a me».
Cosa ricorda di quello che è successo dopo?
«Ho visto mia moglie Rossella alla finestra che chiedeva aiuto e lui fuori dal portone. Non so quanto tempo sia passato, l’immagine successiva è stata quella dell’ambulanza che mi ha soccorso. All’inizio nemmeno loro hanno capito dove mi avesse colpito».
Il suo aggressore è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio...
«Mi sembra il minimo. Dietro quello che ha fatto c’è la premeditazione: è tornato a casa, si è cambiato e ha preso il coltello per uccidermi per un banale litigio. Ha rischiato di creare una vedova e un’orfana per una sedia. Spero di poter parlare presto con il pubblico ministero per spiegargli che mi voleva ammazzare. Io sono un metro e novanta e peso cento chili, ma se al posto mio ci fosse stato un ragazzino o una donna, come sarebbe finita? ».
L’aggressione di cui è stato vittima ha scatenato molti commenti, che sono sfociati anche offese razziali...
«Io sono di sinistra: sono rappresentante sindacale della Cgil e sul braccio ho un tatuaggio con la stella rossa (nella foto). Qui non è una questione di razzismo ma di Giustizia. In Italia deve esserci la certezza della pena e i cittadini devono essere sicuri che se qualcuno infrange la legge sarà punito. I genitori della moglie ci hanno detto che dopo quello che è successo non lo vorranno più a casa, ma non spetta a loro decidere, la garanzia deve arrivare dalle autorità. Questo non è razzismo, se lo avesse fatto un italiano sarebbe stato uguale: non si può cercare di uccidere una persona per una cosa così banale. Purtroppo però la Giustizia dà l'impressione che le persone che delinquono restino impunite, invece chi sbaglia deve pagare. Il rischio è che la gente si faccia giustizia da sola. Ecco perché martedì se non fosse arrivata la polizia lo avrebbero linciato».
In mezzo a tutto quello che è successo c’è un lato positivo: la solidarietà che avete ricevuto.
«È da mercoledì mattina che il telefono non smette di squillare (lo fa anche in questo momento ma Alessio non risponde). La solidarietà è arrivata anche da persone che non conosciamo, che vivono nel quartiere e non solo. Ma quello che mi ha stupito di più è stata la professionalità sia degli agenti della polizia che dei medici e degli infermieri che mi hanno seguito dopo che sono stato accoltellato: sono stati davvero unici».
@fedelazzotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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