Il Tirreno

Livorno

La “Chiccaia” aspetta tra topi e muffa

di Juna Goti

Ecco come si vive nel vecchio blocco popolare di Shangai: l’sos dei residenti che chiedono l’assegnazione delle nuove case

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LIVORNO. Portoni murati, sacchi sistemati lungo i marciapiedi per sbarrare la strada ai topi, la muffa che invade le pareti, il degrado. E un pezzo di Livorno che, nel 2014, sembra quasi un’altra Livorno. È stata proprio una protesta di un gruppo di donne che vivono nel blocco popolare della Chiccaia, a Shangai, ad aprire lo scorso 15 luglio il primo consiglio comunale dell’era a Cinque stelle. Pochi giorni fa il nuovo assessore al sociale e alla casa, Ina Dhimgjini, ha accolto l’invito di queste donne e ha fatto visita al cuore del rione. A quello che forse, da quando è stato demolito il blocco delle Signorine, è rimasto il più grande, vecchio e fatiscente edificio di quella parte di Shangai che aspetta ancora il “recupero”. Alla fine, proprio il neoassessore non ha potuto fare altro che mettere per scritto queste parole: «La realtà che vedo con i miei occhi è delicata e allarmante. Come si fa a vivere in queste abitazioni?». E in effetti qui sopravvive una realtà che può lasciare senza parole.

Le famiglie che ancora risiedono alla Chiccaia sono circa 120: una settantina (che non occupano abusivamente gli alloggi e che sono in regola con gli affitti) dovrebbero essere trasferite nelle nuove case costruite, nel puzzle dei piani di recupero e dei vari Contratti di quartiere, tra l’isolato Giardino in Corea e alla Padula. Case che dovrebbero essere pronte a settembre.

Molte delle famiglie di questo blocco – che prende il nome dalla storica bottega di chicchi di Elsa Sanguinetti e dove campeggia ancora la scritta Icp (Istituto case popolari) – hanno nell’orecchio la pulce-prospettiva del trasferimento dagli anni Ottanta, quando partirono i piani di recupero che hanno cambiato il volto di una bella fetta del rione: basta fermarsi in via Paretti per ritrovarsi a destra i nuovissimi palazzi a mattoncini e a sinistra le case fatiscenti.

Ma l’attesa del trasferimento si è fatta più pressante da un paio di anni, quando sono state spostate alla Scopaia le prime famiglie che vivevano nelle case al piano terra: gli alloggi, dichiarati inagibili, sono stati murati.

Il Tirreno aveva fatto un lungo viaggio tra i cantieri di Shangai nel marzo del 2012, a ridosso di quel trasferimento, quando lo stesso circolo Pd aveva scritto una lettera al sindaco chiedendo di fare presto.

Nel frattempo – se possibile – la situazione è peggiorata. Perché di fronte alla prospettiva di svuotare il blocco per poi demolirlo, nei palazzi non è stato fatto praticamente alcun lavoro.

Nafija Sefoska, che dorme e cucina in meno di 30 metri quadri con marito e figlio, è l’ultima rimasta al piano terra dell’ala nord. Appena apre la porta mostra la muffa che si mangia il soffitto dello stretto bagno e la parete dietro ai fornelli, accanto al letto dove dorme il figlio diciottenne. Di lato la stufa a gas. Nell’altra stanza un materasso bucato: «È stato mangiato dai topi – dice – lo abbiamo appena tolto». Sono in parecchi qui a parlare di topi e scarafaggi: «Sono aumentati e salgono ai piani alti, soprattutto da quando le case a terreno sono state murate», raccontano gli inquilini. Così sembrano quasi una nota colorata i nidi delle rondini sopra alle luci dei pianerottoli, all’interno del palazzo.

Le pareti sono zuppe anche da Bruna Bartoletti, che vive in 38 metri insieme al figlio, al nipote e alla nuora. Che sposta la brandina del salotto dove dormono in due, indica la muffa e mostra i certificati d’asma del figlio.

Monica Del Corso, invece, indica il soffitto al terzo piano: «Il tetto è da rifare, quando piove si allaga tutto e abbiamo scoperto che quando tiriamo lo sciacquone l’acqua finisce nel bagno dell’inquilina di sotto. Nessuno fa i lavori perché il palazzo dovrebbe andare giù...».

Le storie qui sono tutte diverse e si assomigliano tutte. Tra intimità, delicatezza e difficoltà. Ma ce n’è una che colpisce più delle altre. È quella di Libera Maria, che nei giorni scorsi ha ricevuto la visita di Dhimgjini: la donna è “prigioniera” delle sue stanze al terzo piano da anni, per motivi di salute non può scendere tante scale. Vive con i figli, in mezzo alla muffa. «Non chiediamo una casa nuova – dice a sorpresa la figlia Sara – anche perché qui paghiamo 90 euro al mese, mentre nelle case nuove potremmo arrivare a pagarne 200. A noi va benissimo restare a Shangai, chiediamo solo una casa senza tanta umidità, magari al primo piano e non a terreno, sennò i topi...».

Gli inquilini chiedono a turno di far partire le pre-assegnazioni delle nuove case e per stamani in municipio è convocata una conferenza dei servizi.

Tenendo presente anche che nel blocco vivono cinque o sei famiglie che negli anni hanno comprato la casa popolare e che rischiano di ritrovarsi in una situazione ancora più delicata.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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