Il Tirreno

Livorno

CI HA AIUTATO A USCIRE DAL GUSCIO

di ANDREA PELLEGRINI

di ANDREA PELLEGRINI Sorella Morte ha un mantello che pare nero. Fra le pieghe mostra anche il rosso della rabbia accanto al nero della disperazione, il bianco di un mistero senza senso e il grigio...

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di ANDREA PELLEGRINI

Sorella Morte ha un mantello che pare nero. Fra le pieghe mostra anche il rosso della rabbia accanto al nero della disperazione, il bianco di un mistero senza senso e il grigio della nebbia che smarrisce. Ma si intravede anche il verde di una strana speranza che, come per reazione, si accende. La vita, le cose, compresa Sorella Morte, sono di tanti colori. Guai a vederne uno solo. Ora siamo atterriti dallo stupore e dal dolore. Ma non dobbiamo disperare. C'è tanto da fare, da dire e da raccontare.

Si impara a parlare per sopravvivere. L'uomo si è inventato la scrittura per parlare più lontano, più forte, più a lungo. Allora si impara a scrivere, e a leggere, per sopravvivere.

Da Franco c'era spesso una fila, come di ammalati. Ci si andava per trovare un rimedio a un disagio profondo che non si poteva confidare a altri. A Livorno se usi un congiuntivo sei guardato con sospetto e se rallenti ai passaggi pedonali sei antipopolare: a chi raccontare le tue storie? Allora stai zitto per decenni e le storie rischiano di appassire, nella pancia, nella testa, fra le dita. Franco ti ascoltava e il disagio si alleggeriva. Era un pontefice, faceva ponti e ha messo in contatto persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate. La cultura è un rimedio a disagi profondi. Spesso il rimedio è un libro da leggere; a volte è un libro da scrivere.

Cercano di convincerci che si ha bisogno di avere. Ma si ha anche un bisogno profondo di dare. Michele Cecchini, Maurizio Mini, Piera Ventre, Lamberto Giannini, tanti altri sanno quanto è importante poter raccontare. A me ha permesso di pubblicare storie di jazz, comprese pagine politically scorrect, e della musica. Ha fatto qualcosa anche per il jazz italiano. L'ho conosciuto in Capraia 18 anni fa. Avevamo ritmi di vita opposti: era mattiniero, e la sera a letto presto. Parlarci con calma per me era difficile. Rincorrevo i minuti temendo come Cenerentola che scoccasse la mezzanotte. Ma allora la corazzata russa che fine fece? Perchè quell'anarchico fu considerato un fascista? Ma allora il Premio Ciampi in che anno è nato? Arrivava il buio e Franco era stanco, e io no. Capita ai musicisti, di essere soli per colpa dell'orologio. Odiavo la linea d'ombra che ci separava, che oggi sembra un abisso. Si stava veramente come le foglie sugli alberi d'autunno, ed era subito sera. Se non subito, troppo presto.

Anche stavolta, Franco, il buio è arrivato troppo presto. E anche questa volta, sei tu che hai la storia più grande da raccontare.

Avrei voluto dirti non "Ciao Franco" ma piuttosto, un'ultima volta, Buona Notte.

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