Il Tirreno

Livorno

Giudicava poco e amava molto

di SIMONE LENZI

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Questa è la volta in cui le lettere si legano a stento sulla tastiera e le parole sono per me pesanti come macigni. Eppure devo ricordare, in pubblico, quello che che per me è stato, più che un amico, uno zio o un secondo fratello. Il primo adulto che, fuori dalla famiglia, mi abbia dato fiducia, mettendomi in mano una libreria, la ex Fiorenza, dove si vendevano i libri a metà prezzo.

Ho milioni di ricordi di Franco Ferrucci che mi intasano la mente, pieni di dolore, adesso che so che di lui non avrò altro. Come quando andavamo insieme a Rimini, nei grandi magazzini di Stock Libri, a comprarli un tanto al chilo: ci divertivamo a scovare tesori da salvare in mezzo a tutta quella immondizia.

E sempre con un occhio ai gusti di tutti: "Toh, guarda questo bel manuale sulla pasta di sale… ora ci sono tutti fissati, vedrai si vende bene... piglialo". Le risate che ci siamo fatti insieme.

Come quel rappresentante che ci portava a pranzo, ma poi, non ricordandosi le dosi della dieta, si era raccomandato al cameriere: "… duecentocinquanta grammi di pasta, non di più…". E davanti a quell'enorme piatto di spaghetti, Franco che lo perculava con quel sorriso meraviglioso che aveva solo lui: "Oh, poi dammi il numero del tuo dietologo, perché la vogliamo fare anche io e Bimbo Simone questa dieta".

Bimbo Simone, mi ha sempre chiamato così: avevo diciassette anni quando l'ho conosciuto. Faceva ancora l'agente Einaudi e io avevo comprato da lui i volumi della Poesia Italiana e l'Enciclopedia, a rate.

Ogni volta che passavo in città, finivo in quel suo sgabuzzino a chiacchierare con lui per ore.

Poi aprì, con la moglie Gigliola (che io e Franco chiamavamo "l'avvocato Cognetta" o, quando giustamente ci richiamava all'ordine, "l'avvocato Carognetta"), Laura e la professoressa Rossi, la Gaia Scienza.

Lì nacque quello che per vent'anni è stato forse il centro culturale più importante di Livorno.

Perché la Gaia Scienza non vendeva solo libri. La Gaia Scienza era il polo attrattivo di tutti coloro che provavano a fare qualcosa in questa città difficile. Non c'è associazione culturale, non c'è persona che sappia leggere e scrivere, che non debba qualcosa a Franco Ferrucci .

Dagli scacchisti agli atei razionalisti, dai religiosi di ogni confessione agli aspiranti poeti, dagli storici locali agli amanti del vino: sono tutti passati da lui.

Che era un uomo del fare. Del fare un gran casino, anche. Perché di cose ne faceva un milione, e voleva farle tutte, e tutte insieme. Non diceva di no a nessuno, perché era un uomo generoso di sé e del suo tempo.

Ti faceva diventare matto: stargli dietro era quasi impossibile.

E questo perché, in un mondo ormai rimbecillito dalla retorica delle emozioni, Franco era invece un uomo di passione.

Una passione autentica e bruciante per i libri e per gli uomini: era curioso e affascinato dalle storie e dalla vita di tutti.

Quante volte l'ho rimproverato per la casa editrice: uniforma le collane, pubblica di meno, definisci la linea editoriale, gli dicevo.

Ma era inutile. Franco non era uno che si lasciava imbrigliare: per un'idea che gli veniva, ne aveva altre dieci che scalpitavano per farsi largo in quella sua mente irrequieta.

E quando un uomo così se ne va, il vuoto che lascia è immenso.

Questa città perde con lui uno dei pochi livornesi che, in questi anni, abbia saputo passare dalla teoria alla pratica, dai discorsi pieni di fumo alla concretezza di un luogo di incontro.

Un uomo che ha costruito tanto, perché uomo di buona volontà. Un uomo che giudicava poco e amava molto.

Un nuotatore: una bracciata dopo l'altra, fino all'altra parte dello stretto. Adesso mi mancano di lui le sere in terrazza, con Gigliola e mia moglie, a frascheggiare, a chiacchierare di politica.

Mi manca di quando ci cucinava il polpettone.

Mi manca tutto e non riesco a crederci.
Simone Lenzi

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