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Raffineria bloccata all’Eni scatta lo sciopero
Martedì si fermano i 30mila dipendenti per contestare la politica di tagli del gruppo Nel mirino anche l’annunciato ridimensionamento dello stabilimento di Livorno
LIVORNO. Si ferma la raffineria Eni. Martedì nello stabilimento livornese verrà blocchata la produzione per l’intera giornata. E in contemporanea incroceranno le braccia i lavoratori di tutte le aziende del cane a sei zampe nel resto d’Italia, quelli degli impianti di raffinazione, produzione e perforazione e quelli degli impianti chimici e petrolchimici, quelli delle sedi direzionali, dei depositi, degli uffici commerciali e amministrativi e quelli delle aziende territoriali. Un black out totale, per dire che l’Eni non può essere solo una sigla quotata in borsa, ma deve continuare a rappresentare l’industria italiana.
Per tutta la mattinata all’entrata della raffineria, a Stagno, sarà organizzato un presidio con volantinaggio. Dopo di che un gruppo di lavoratori partirà per Roma dove nel pomeriggio è prevista una manifestazione nazionale davanti a Montecitorio. Perché è chiaramente ai palazzi della politica che sindacati e lavoratori si rivolgono affinché il colosso dell’energia riveda il piano di ridimensionamento. Lo sciopero è stato deciso dal coordinamento nazionale Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil.
«Al governo - ricordano i segretari generali Emilio Miceli, Sergio Gigli, Paolo Pirani - abbiamo chiesto l'immediata convocazione di un tavolo negoziale: se come sostengono al ministero dello Sviluppo Economico la politica industriale richiede anche di rivalutare l'intervento pubblico nell'economia, allora il governo chiarisca se l'Eni risponde solo al mercato e alla Borsa o deve dar conto delle decisioni anche all'azionista di riferimento. Se è vero, come è vero, che l'Italia ha bisogno degli investimenti e della presenza industriale di Eni, non possiamo assistere inerti ad un grande gruppo che rischia di uscire dall'industria. Cosa ci sta a fare quel 30% di quote Eni in possesso degli italiani?».
Da Livorno, Fabrizio Musto, segretario Filctem-Cgil, conferma: «Capiamo la crisi, i consumi ridotti, gli impianti di stoccaggio pieni e le perdite, ma per invertire il trend bisogna che gli investimenti vengano rilanciati non che si esca dal mercato. Perché ridimensionamento significa occupazione ridotta e dunque ulteriore crisi. E significa anche che l’Italia finirà per dover acquistare dall’estero i prodotti raffinati».
Saranno oltre 30mila i lavoratori interessati dall'astensione dal lavoro, di cui 450 in città. Al centro dell’agitazione, come noto, c’è la profonda crisi in atto nel sistema della raffinazione italiana, culminata con la chiusura di tre raffinerie - oltre alla drammatica situazione di Gela, dove rischiano il lavoro più di 3500 persone tra dipendenti diretti e indotto - e soprattutto culminata con le posizioni recentemente rese note da Eni sul blocco di investimenti e sulla volontà di ridimensionamento degli assetti industriali, occupazionali e della politica energetica del gruppo in Italia. Il piano di Eni metterebbe in discussione quattro raffinerie su cinque: quelle di Gela (Caltanissetta), Taranto, Livorno e la seconda fase di Porto Marghera (Venezia), nonchè il petrolchimico di Priolo (Siracusa).
Tra l’altro proprio a Gela l’azienda ha revocato investimenti per 700 milioni, mentre a Livorno appena un anno fa aveva annunciato per bocca dell’allora presidente Recchi un piano da 200 milioni in un quadriennio. Ora, come i 400 milioni previsti per Priolo, tutti quei soldi di rilancio sembrano d’improvviso sfumati.
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