Il Tirreno

Livorno

L’uomo, il cane e l’occidente agiato

Simone Lenzi

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Mi capita di frequentare quelle fiere della follia che sono i supermercati per animali. Centinaia di crocchette per tipologia di età, razza o peso, per il pelo, per le ossa, per la pelle. E ricette che neanche a Master Chef.

Come tutti quelli che hanno un cane, mi capita di frequentare quelle meravigliose fiere della follia che sono i supermercati per animali. Ancora ai tempi della mia gioventù, al cane si davano gli avanzi della cena. Cena che spesso, anche per noi umani, era costituita dagli avanzi del pranzo, e quindi, in definitiva, si davano al cane gli avanzi degli avanzi, grossolanamente arrangiati in pastoni fatti di pane raffermo ammollato nell’acqua.
Adesso comprare il cibo per il cane non è tanto semplice, perché bisogna scegliere fra centinaia di crocchette che soddisfano le esigenze più specifiche. Crocchette per cuccioli, per adulti, o per vecchi, divise per tipologia di razza o di peso, specifiche per ogni possibile problema veterinario: per il pelo, per le ossa, per le disfunzioni intestinali, per la pelle. E poi le infinite varietà di ’umido’, fra le quali si ammirano accostamenti così spericolati che neanche a Master Chef: "daino e ananas", visto coi miei occhi. E poi guinzagli di ogni tipo, e collari che vanno dal borchiato sadomaso in pelle per i molossi al civettuolissimo rosa tempestato di swarovski per i toydogs da borsetta.

Ora sia chiaro che non scrivo da una prospettiva di rimpianto per i bei tempi andati. Non sono mai stato di quelli che vagheggiano decrescite più o meno felici e che pensano che si stava tanto meglio prima. Perché prima non si stava affatto meglio, e se non è neanche vero il contrario, ovvero che tutto vada verso un radioso avvenire di progresso, mi contento di dire che un po’ (un bel po’) di cattivo gusto è il prezzo che dobbiamo pagare per una società che, comunque, ha minimizzato la sofferenza ammansendoci beni di consumo come anestesia. E, per quanto mi riguarda, a me va benissimo così. Non mi indigno quindi per il fatto che esistano bocconcini per gatto elaborati con la stessa cura di quelli che ideava Vatel per stuzzicare il palato di Luigi XIV. Né che esistano interi reparti di palline e giochini di gomma per far divertire i nostri amici a quattro zampe. Accetto persino i passeggini antipioggia per i barboncini con copertura in fantasia scozzese.

Ma mentre mi incammino verso la cassa, spingendo il mio carrello pieno di crocchette che mi costeranno un centinaio di euro, ecco che, in una vetrina, scorgo quello che potrei definire il punto di non ritorno di quel rimbecillimento umano, troppo umano, che con gli amici a quattro zampe non ha nulla a che fare, ma riguarda direttamente la psicopatologia dell’occidente agiato.

Adornato di tulle bianchissimo, con un piccolo strascico per sovrappiù, ecco infatti in bella mostra un vestito da sposa. Per cani. Un vestito da sposa per cani, avete capito bene. E mentre sono in coda alla cassa e guardo i mille snack, i mille ossi di budello aromatizzati a questo e quello, i topini col fischio e i prodotti antipulci, mi coglie, improvvisa, quella tristezza profonda che noi umani proviamo ogni volta che ci accorgiamo di far parte di una specie irredimibile.

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