Il Tirreno

Livorno

«Così il sergente tedesco salvò la mia famiglia»

di Ludovica Monarca

Il Fanale fatto saltare dai nazisti in fuga. Parla il figlio del farista: ci fece scappare prima dell’esplosione

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LIVORNO. «Sta come torre ferma che non crolla / giammai la cima per soffiar di venti». Così Dante descriveva nel quinto canto della Divina Commedia il faro di Livorno. Una struttura importante che ha affrontato intatta sei tempestosi secoli finché gli uomini non l'hanno sconfitta.

È difficile da credere, ma quel fanale, costruito – ahimè – dai "rivali" pisani, è stato a lungo uno dei fari più antichi d'Italia. Una luce che è rimasta accesa fino alla seconda guerra mondiale. Nel 1943, le truppe tedesche occupavano il nord d'Italia e le armate americane stavano arrivando dal sud. Roma era già stata liberata e Firenze lo sarebbe stata presto. Il porto e la città di Livorno erano in mano ai tedeschi e avevano subito diversi bombardamenti da parte degli alleati, ma il faro non era stato danneggiato, tuttavia era già stato spento da diverso tempo in quanto poteva essere un importante punto di riferimento per chi volesse sbarcare in quella zona.

Arrivò il momento in cui i tedeschi decisero di ritirarsi per sfuggire all'attacco della quinta e sesta armata americana che stavano risalendo la penisola ma prima di questo essi arrecarono all'antico faro il più terribile insulto che si potesse arrecare a un monumento così antico: il 19 luglio 1944 con una carica di dinamite distrussero il faro fino alle fondamenta.

Il faro di Livorno aveva fronteggiato per secoli mareggiate, venti di tempesta, ogni genere di offesa che poteva essere arrecata dalla natura, ma in un attimo un gruppo di uomini aveva cancellato tutto questo.

Quel giorno Giovanni Giordani, guardiano del faro, doveva essere lì, ma, racconta il figlio Saido, un comandante tedesco decise di salvargli la vita.

Da quanto suo padre faceva il guardiano di fari?

«Mio padre, elbano doc, è stato imbarcato per anni su navi da carico. Era quello il suo lavoro. Quando mia madre rimase incinta di me, nel '39, lui si trovava nel porto di Said in Egitto. Chiese un permesso per poter tornare in Italia a conoscermi, non gli fu concesso e così decise di darmi questo nome: Saido, in memoria di quel giorno. Nel 1941 mia madre partorì mio fratello, anche quel giorno mio padre era lontano, a Odessa. Anche quel giorno gli venne negato il permesso di tornare in Italia per conoscere suo figlio, così si licenziò e tornò all'Isola d'Elba decidendo in seguito di partecipare al concorso per guardiano di fari».

Cosa è successo con l'arrivo dei tedeschi a Livorno?

«I tedeschi hanno subito preso controllo del faro e hanno subito chiesto a mio padre se fosse o meno un militare. Lui era stato arruolato in marina, ma mentì. Aveva anche un anello, di quelli che contengono una foto, con una immagine insieme a mia madre e lui con la divisa, decise di buttarlo. Dopo qualche settimana cominciò una sorta di tacita amicizia con un sergente di nome Walter, solo a lui confessò la verità».

Lo stesso sergente che gli salvò la vita.

«Un giorno Walter arrivò al faro e disse a mio padre che il giorno seguente si sarebbe svolta proprio lì una riunione con tutti i comandanti e i generali e che mio padre doveva scappare. All'inizio mio padre non voleva abbandonare il faro, ma si lasciò convincere. Al suo ritorno il faro era stato fatto completamente saltare in aria. Così capì che per giorni aveva dormito sotto quintali di tritolo».

Ha mai ritrovato Walter?

«No. Lo ha cercato per tutta l’esistenza e ha sempre raccontato la storia dell'uomo che gli salvò la vita. Probabilmente il sergente morì durante la fuga dei tedeschi, ma non possiamo saperlo con certezza».

Dopo la guerra suo padre ha continuato a fare il guardiano di fari. Cosa ricorda di quei momenti della sua vita?

«Vivere in un faro è estremamente faticoso, ma molto romantico. Mi ricordo quando mio padre di notte mi faceva vedere le stelle o gli stormi di uccelli migratori che si spostavano in cielo. Adesso è cambiato tutto, ci sono le casette del porto e tutte le comodità, ma allora si viveva senza energia elettrica e prendendo l'acqua da una cisterna. Un contatto con il mare e la natura che non avrò mai più».

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