Gioco
Luca Bechi, l’Allegri del basket A Torino porterà altri due livornesi
Il coach livornese vuole riportare in A una piazza storica «Giachetti e Fantoni giocheranno per me»
di Lara Loreti
Metti un livornese a Torino. Due, anzi tre. E perché non cinque? Ce n’è per farci una squadra di calcetto. Il granata, colore del Toro, non è mai stato così vicino all’amaranto. Questione di sfumature... e di terreni di gioco. La città della Juve, della Fiat e della Mole Antonelliana, quest’anno più mai, ha un cuore sportivo che pompa battiti dal sapor di scoglio. Dal calcio al basket, ecco spuntare accanto all’ormai veterano, neo sposino, Giorgio Chiellini, bianconero da quasi dieci anni, Massimiliano Allegri alla guida della Juve e Luca Bechi a capitanare la Manital Torino basket. Ma non è tutto: il coach livornese, principino della pallacanestro, è pronto a portare con sé a Torino altri due labronici. Si tratta di campioni come Tommaso Fantoni, 29 anni, e Jacopo Giachetti, 30. «La trattativa per l’acquisto dei due giocatori livornesi è già molto avanti - dice al Tirreno lo stesso allenatore - e ci sono buone possibilità di portarla a termine». Non solo: nella Manital Torino potrebbe giocare anche un altro toscano, l’empolese Guido Rosselli. Un sogno di mezza estate che si è già realizzato per coach Bechi, che, reduce dall’esonero della scorsa primavera a Bologna, dove per un anno ha allenato la Virtus, è motivatissimo, da dopo Ferragosto, a scendere in campo in gialloblù, per trascinare il nuovo gruppo torinese dalla A2 Gold alla serie A, già sfiorata nella passata stagione. Classe 70, cresciuto a Fabbricotti e professionalmente nel Basket Livorno, grande passione per la pallacanestro ma anche per i viaggi e la lettura, è lo stesso Bechi a raccontare obiettivi e pronostici della nuova stagione, che inizierà il 6 ottobre.
Cosa si aspetta dalla nuova avventura piemontese?
«Torino è piazza storica per il basket: penso ai tempi della Berloni, negli anni ’80, quando giocavano Derryl Dawkins, ex campione della Nba, e Romeo Sacchetti, una vera bandiera, oggi allenatore di Sassari. Poi si è chiuso un ciclo ma c’è stata anche la ripartenza. In particolare, la scorsa stagione per il Torino è stata molto promettente: ha sfiorato la promozione. E quest’anno gli obiettivi sono ancora più ambiziosi: ora il club ha deciso di cambiare dirigenti e tecnici».
Missione serie A dunque, con Mancinelli trascinatore?
«Il mio scopo è riportare la squadra in A. Ma per farlo bisogna prima costruire la mentalità giusta, che è quella di competere per vincere. Le sette settimane di preparazione che ci aspettano serviranno a questo. Io lavorerò molto sul gruppo: Stefano Mancinelli è un giocatore importante per Torino e per la Nazionale, ma il singolo da solo non vince mai. Neanche Lebron James basta da solo».
Luglio, tempo di mercato: che gruppo farà a Torino?
«La squadra cambierà per 7-10. Restano Mancinelli e Amoroso, che sono ancora sotto contratto, dovrebbe rimanere anche Gergati, che è in scadenza. Spero che arrivino invece i due livornesi, l’empolese e due americani... Sono appena tornato da Las Vegas e già ad aprile ero stato negli Usa per studiare i giovani rookies: c’è bisogno di due ragazzi scattanti, che portino energia alla squadra. Poi arriverà anche un altro italiano... Mi era piaciuto Langston Hall ma l’ha preso Pistoia».
Prima della Manital è stato corteggiato da altre squadre come Edirne in Turchia e Napoli: perché Torino?
«La differenza l’ha fatta il legame che già avevo con il presidente del Torino, il notaio Antonio Forni, ex presidente del Biella, dove ho militato. Ma la cosa che più mi ha colpito quando sono andato su, nel meraviglioso palazzetto immerso nel parco Ruffini, è che a guardare le partite non c’erano solo nostalgici della Berloni, ma tanti ragazzi e bimbi. Poi lì troverò Allegri: mi piacerebbe se venisse a vederci una volta. Eravamo compagni di bagni, ai Fiume, da ragazzi».
Chi saranno gli avversari più temibili?
«Verona (ci sarà il “derby” col coach livornese Alessandro Ramagli, ndr) e Napoli».
Cosa si porta dietro dall’esperienza a Bologna?
«È stata una bellissima parentesi che ormai considero chiusa: il lavoro è fatto di alti e bassi, l’importante è mantenere l’equilibrio e la consapevolezza che i cicli finiscono. Sono andato via lasciandomi dietro ottimi rapporti con la gente e anche con la società».
Livorno, grande tradizione della pallacanestro, ma la crisi s’è mangiata tutto...
«Purtroppo sono mancati personaggi con la volontà di mettere a disposizione un budget per il rilancio della squadra. La forza lavoro, la passione, gli allenatori e i manager ci sarebbero anche... Mancano soldi e volontà di investire. Il mio sogno sarebbe quello di tornare e allenare la squadra della mia città. Cosa che gente come Ramagli e Banchi sono riusciti a fare. Io ci spero sempre che ci sia qualcuno con la sana incoscienza di buttarsi in questo mondo così bello ma attualmente improduttivo».
A proposito di allenatori toscani: Banchi, Dell’Agnello, Moretti, Ramagli e lei: tutti al centro del basket nazionale. Qual è il segreto del successo?
«La passione. Io, Banchi e Ramagli veniamo da una scuola simile, io ho fatto tante giovanili. Dell’Agnello al contrario, ha fatto un percorso diverso: dal campo alla panchina. Come squadra invece ammiro Pistoia: è un esempio per tutti noi, con un budget limitato il ds Giulio Iozzelli fa miracoli».
Nazionale e caso Daniel Hackett, che ne pensa?
«Ha avuto una reazione sbagliata: lasciare il ritiro senza autorizzazione, creando una rottura, non è il modo di far sentire la propria voce, di certo ha reagito d’istinto. Spero che la cosa si ricomponga: lui ha bisogno della Nazionale e viceversa».
Promesse del basket: Stefano Gentile è pronto per l’Nba?
«È un ottimo giocatore: ha tanto genio, un po’ di sregolatezza. Crescendo nel carattere e nella tecnica fra un paio d’anni sarà pronto».
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