Il dolore
«Non è l’assassino, ecco perché»
La difesa di Andreucci nell’appello: non c’è movente e la prova del dna è debole
LIVORNO. «Alfredo Andreucci non è l’assassino di Claudio Costanzo e le motivazioni alla sentenza che ha portato alla condanna a 30 anni in primo grado non danno risposte a molteplici interrogativi». Lo ripetono in quattro punti gli avvocati Francesca Galiuto e Stefano Del Corso, difensori dell’imprenditore.
«L'indagine genetica svolta dal consulente del pm - dicono - non ha presentato i requisiti per affermare che le macchie rinvenute sul giubbotto di Andreucci fossero tracce di sicura natura ematica. L'unica, minuscola, traccia da cui è stato estratto il Dna appartenente esclusivamente alla vittima è stata trovata nell'imbottitura della manica destra del giubbotto impermeabile, ma in un punto che non aveva corrispondenza con macchie di alcun genere sul tessuto esterno». Il giudice ha spiegato questo aspetto sostenendo che l’imprenditore avrebbe pulito la parte esterna senza riuscire a impedire che il sangue filtrasse.
«Ma nessuna traccia di sangue della vittima - replicano i legali - è stata rinvenuta sulla fodera del giubbotto, né nelle tasche, né nel borsello che Andreucci aveva a tracolla; oggetti che invece si sarebbero dovuti macchiare se davvero Andreucci avesse cercato di nascondersi addosso il coltello (mai ritrovato ndr) prima di transitare sotto le telecamere che lo inquadrano con le mani libere e pulite e subito dopo con le mani in tasca. Resta un mistero - proseguono - anche il fatto che non risultino tracce di Dna di Andreucci sulle mani di Costanzo, sebbene gli evidenti segni di difesa rilevati dall'autopsia sulle mani della vittima dimostrino una colluttazione - e quindi un contatto fisico - con l'aggressore».
La difesa ha ribadito poi, con l'atto di appello, l'assoluta inconsistenza del movente economico, l'incompatibilità degli orari indicati dai testimoni con quelli risultanti dai filmati delle telecamere e il carattere unidirezionale delle indagini, influenzate dalle dichiarazioni della vittima. «È stato Andreucci disse arrivando in ospedale». Nell’appello gli avvocati danno ai giudici anche una pista alternativa.
«Costanzo aveva il vizio del gioco: carte, cavalli, scommesse, lotto lasciandolo frequentemente senza denaro e che negli ultimi dieci giorni non era più uscito di casa, pur non avendo malesseri particolari, e almeno dieci giorni prima di morire riferì che voleva sostituire la serratura del suo appartamento, cosa che effettivamente fece. Perché?».
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