Il Tirreno

Livorno

«Gli americani si divertivano a lanciarci il pane»

di Giulio Corsi

Il ricordo di Corrado De Maio, l’ultimo testimone sopravvissuto dei partigiani che liberarono Livorno. «Mia madre morì nel giorno in cui liberammo la città»

13 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. "La mia vita è cambiata per sempre l'8 settembre del 1943. Quel giorno chi aveva consapevolezza dei fatti, sapeva che cosa sarebbe successo. La mattina del 9 andai a casa di Vasco Iacoponi, in via Oreste Franchini ad Ardenza. Lo conoscevo attraverso mio padre Dino. Vasco mi dette le prime indicazioni: il mio compito era quello di cercare volontari e metterli insieme, dovevo occuparmi del reclutamento insomma, agendo prima di tutto sugli amici. Ma bisognava stare attenti, molto attenti, perché i tedeschi e la questura potevano scoprirci".

Corrado De Maio parla e il suo racconto è un pezzo di storia che va ad incastonarsi dentro alla grande pagina della Resistenza prima e della Liberazione poi. E in quest'abbraccio tra la storia con la "s" maiuscola e la piccola storia intesa come cronaca, il racconto di De Maio smonta per certi versi la mitologia trionfalistica della liberazione livornese partorendo al contempo altre pagine di quotidiana epica cittadina, che in un paradossale ossimoro quasi finisce per apparire routinaria nel suo ripetersi giorno dopo giorno dall'8 settembre del 1943 al 19 luglio del 1944.

Ha 93 anni De Maio ed è l'ultimo sopravvissuto di quei partigiani che 70 anni fa esatti fecero il loro ingresso nella Livorno depredata, svuotata e distrutta dalla ritirata dei tedeschi e dai bombardamenti alleati. "Ma non ci fu tripudio quel giorno. Della festa raccontata nelle foto scattate in tante città del nord qui non ci fu traccia, anche perché Livorno era per gran parte inabitata a causa dell'istituzione della zona nera che aveva costretto la popolazione a rifugiarsi e disperdersi nelle campagne - ricorda De Maio -. Quando arrivarono gli americani, tiravano caramelle e pezzi di pane e si divertivano, sapeste quanto si divertivano a vedere la gente affamata sgomitare e lanciarsi a terra per prenderne un tozzo quasi fosse uno spettacolo".

Quel mercoledì di 70 anni fa per De Maio rappresenta un altro bivio della vita: perché proprio mentre Livorno usciva dal giogo del ventennio e dell'occupazione, sua madre veniva ammazzata. "Era pomeriggio, tra le cinque e le sei di un giorno che non potrò mai dimenticare - ricorda mentre l'emozione gli tronca le parole -. I miei cari erano rifugiati a Monterotondo, in una di quelle case contadine che più cresceva la famiglia più si ingrandivano. Fu sparata una cannonata. Il proiettile entrò in casa da una finestra, attraversò tutta la stanza ad altezza uomo, passò un'altra finestrella che si affacciava sulla cucina. Colpì lo stipite, poi terminò a terrà la sua corsa. Una scheggia centrò il cuore di mia mamma Giuseppina, un'altra di striscio colpì mio fratello Aldo che aveva 8 anni, un'altra ancora s'infilò in una cornice che era appesa al muro con una mia foto ritratto. La conservo ancora tra le cose più care, guardi. Vede, il vetro è forato proprio qui, dove c'è il mio petto. E' lo stesso punto in cui è stata colpita mia madre". La signora Giuseppina non muore sul colpo, viene caricata su un carretto e portata di corsa al sanatorio di villa Corridi. "Morì lì e io non riuscii a darle l'ultimo saluto", ricorda Corrado.

La storia personale di De Maio s'intreccia a quella della città, è cronaca oltreché memoria, è testimonianza oltreché racconto. E' anche analisi, autoanalisi di un'intimità singola che può spiegare scelte simili di migliaia di altre intimità. "Il giorno dopo l'armistizio decisi di andare da Vasco Iacoponi semplicemente perché ero antifascista. Mio padre era un maniaco della lettura e un antifascista feroce e da ragazzino mi aveva fatto leggere gli illuministi francesi, Diderot e Voltaire su tutti. Quando fu ucciso Matteotti, quel fatto fu rappresentato in una serie di dispense che mio padre aveva raccolto e che teneva ben rimpiattate in casa, perché dopo poco divennero proibite. Io ero un bambino ma lui me le lesse. Fu questo il brodo in cui crebbi ed ecco perché il mio diventare partigiano non fu un exploit improvviso, ma un percorso del cuore e della mente. Il mio antifascismo era viscerale".

De Maio si ferma un attimo. Sospira, sembra quasi voltare le pagine del suo libro scolpito nella memoria. Poi riprende: "C'è un aneddoto che non posso dimenticare: avevo 9 anni, un pomeriggio ci portarono a vedere una proiezione in via Montebello. Il titolo era tutto un programma: "Camicia nera". Io non avevo la divisa da balilla e dunque fui lasciato nelle file in fondo. I miei compagni intonavano le canzoni care al regime e iniziai a cantarle anch'io. Ad un certo punto passò mio padre, mi vide in fondo che cantavo insieme agli altri. Se ne andò con la sua bicicletta senza dirmi niente. Quando arrivai a casa mi guardò in faccia e mi disse: "Ricordati Corrado che verrà un giorno che questa massa di farabutti dovrà pagare tutto. Ti ho visto cantare, fai attenzione, se ti prenderà l'entusiasmo di stare con loro, quel giorno io non potrò riconoscerti come mio figlio". Crebbi così, nel rigore, convinto che le cose o si fanno o non si fanno, che non c'è una via di mezzo, che nella vita bisogna scegliere. E quel 9 settembre scelsi, scelsi che la mia vita non valeva niente, ma valeva l'ideale per cui stavo vivendo".

Reclutamento davanti al Santuario. L'idea della formazione partigiana nacque nei giorni successivi all'armistizio. "Iniziai il reclutamento in piazza del Santuario. Livorno era tutta lì. Le famiglie si erano trasferite in massa tra Montenero, il Savolano e Monterotondo. Avvicinai per primo Sergio Manetti, poi Nelusco Giachini. Ci eravamo stabiliti a Villa Dupouy, che un tempo era stata soggiorno di lord Byron. Lì aveva sede il Cln, dove erano rappresentati tutti i partiti. C'erano il capitano Pacinotti, suocero del segretario federale fascista Aiello, e il conte Ruelle, indipendente, il socialista Zanobetti, il socialdemocratico Pagani, Alfonso Cancelli, un uomo meraviglioso, che restò con me fino all'ultimo giorno. Ci conoscevamo già, ma diventammo amici da quel momento in poi. Durante l'epoca fascista non potevi stringere rapporti veri con nessuno, quell'ambiente era talmente inquinato, impestato che la spia potevi averla addirittura in famiglia. Uno degli elementi più preziosi fu Giovanni Finocchietti, divenne la mia ombra".

Il bove di Cesare Fremura. Villa Dupouy divenne il quartier generale della resistenza. "Il nostro compito era quello di procurare cibo e armi per le formazioni che si stavano creando a Castellaccio", ricorda De Maio. "E in questa ricerca ci rivolgevamo là dove sapevamo che potevamo trovare. E' per questo che bussammo a Cesare Fremura. Sapevamo che nella fattoria del Pino di sua proprietà c'erano buoi in abbondanza ma la prima risposta che ci arrivò fu che gli animali lavoravano a coppie per arare e che dunque non potevano darcene alcuni. Io allora mandai due uomini a contare quanti erano questi bovi e si scoprì che erano 13. A quel punto scrissi un biglietto di mio pugno che consegnai a Finocchietti. "Egregio signor Fremura - scrissi - ci sono due forze che si stanno combattendo. Generalmente la storia finisce con la sconfitta del più giusto e penso che noi saremo da quella parte. Però esiste anche la memoria. E mi dispiacerebbe che nella memoria di chi resterà venisse a galla che qualcuno ha rifiutato un aiuto alla parte giusta"". Finocchietti consegnò il messaggio e Il bove arrivò. "Lo pagammo, al prezzo del calmiere, chiaramente. E potemmo far mangiare tanta gente".

Il mercato dei proiettili. La catena degli aiuti pian piano si allungava. "Gino Fremura ci riforniva della farina prodotta nella fattoria di famiglia tra il cimitero di Ardenza e quello della Purificazione, il pane lo faceva Adamo Ciaponi a Castellaccio". Accanto al cibo però c'era da procurarsi le armi. "Finocchietti era bravissimo in questo. Ma non era difficile, a Livorno erano passati tre eserciti, pistole e fucili si trovavano e la gente ce li portava senza pretendere ricompense. Più difficile era trovare le munizioni. Ricordo che un bel carico ce le procurò un certo Bargagna, un trafficone. Venne da me e mi disse che aveva saputo che cercavo proiettili calibro 7.65 da pistola. Avevamo parecchie Beretta e ci servivano eccome quei proiettili. Lui però voleva guadagnarci. Ce le propose a 250 lire ogni scatola da 12. Gli detti cinquemila lire e prendemmo 240 proiettili. Qualche anno dopo la fine della guerra venne a cercarmi, voleva iscriversi all'Anpi, lo guardai negli occhi, gli dissi che non era il caso".

La mitraglietta di Lanciotto. "Cercavamo armi e un giorno Mario Morelli mi consegnò una mitraglietta tedesca. Non so come l'aveva trovata. La portai in formazione e se la prese il vicecomandante della III Brigata, Lanciotto Gherardi. Purtroppo gli costò la vita. All'alba del 19 luglio, nella bassa macchia mediterranea la canna della sua arma fu vista e riconosciuta dagli americani. Sventagliarono una raffica senza sapere chi impugnasse quella mitraglietta tedesca e l'uccisero".

Il sabotaggio alla Todt. Il racconto di De Maio continua: "Avevamo bisogno di reperire soldi. Ci servivano per comprare cibo, per comprare proiettili. Io avevo una piccola impresa di edilizia e a qualcuno tra i compagni di villa Dupouy venne un'illuminazione. In porto era attiva in quel periodo la Todt, un'impresa nazista chiamata a dare un supporto logistico all'esercito occupante. La loro sede si trovava dove adesso sorge la Darsena Toscana. "Vai a proporti per un lavoro là dentro", mi dissero. L'idea era quella di abbinare un guadagno economico e un sabotaggio. La mia ditta però era piccola e allora rimediai un po' di uomini: una metà proveniva dalle squadre di azione, un'altra metà erano giovani normali. Li assunsi, poi mi presentai dai tedeschi, accompagnato dall'amico Cesare Ciano, cugino di Galeazzo. Ottenni un lavoro di 40 giorni, dovevamo costruire dei bunker. Ci consegnarono i progetti per queste strutture in cemento armato ma non ne realizzammo neanche una. Anzi, per giorni e giorni riuscimmo a sabotare i macchinari tedeschi. Buttavamo sabbia nei loro gruppi elettrogeni, nelle saldatrici, nei compressori, mettendogli fuori uso più mezzi possibili". Poi arrivò il giorno che i tedeschi si accorsero del bluff. "Sapevamo che non poteva durare e avevamo preso le nostre precauzioni - racconta De Maio - Quando andavo alla Tod per tenere i rapporti con i tedeschi mi portavo Ciano che sapeva il tedesco ma senza averlo dichiarato, in modo da carpire eventuali conversazioni su di noi. Ma non uscì fuori niente". Un giorno di fine giugno il giochino finì. "Tutte le mattine alle 7 il personale si radunava in piazza Sforzini per essere caricato su un camion e trasferito alla Tod. Sapendo che c'erano dei rischi, avevo fatto appostare due segnalatori, alle due entrate di Ardenza. Quella mattina anziché il camion della Tod si presentarono quattro camionette delle SS. La vedetta per fortuna dette il segnale immediatamente e dei miei uomini in dieci secondi non c'era più nessuno".

La fabbrica di documenti falsi. "Gli uffici della mia ditta erano in via del Mare, all'angolo con la chiesa di San Simone, dove ora sorge una farmacia - ricorda De Maio - Una mattina arrivò un pattuglione della polizia italiana in borghese, guidata dal maresciallo Altieri. Mi chiesero i libri matricolari degli operai e mi chiesero perché se avevo 25 operai impegnati alla Tod e retribuiti, alla questura e alla stessa Todt risultavano una settantina di dipendenti. Risposi che la gente cercava lavoro, veniva un giorno e poi spariva. In realtà il motivo era un altro: io portavo la lista del personale alla Tod e loro mi rilasciavano un tesserino di riconoscimento. Erano documenti veri perché rilasciati dai tedeschi, ma falsi perché dichiaravano che i loro possesori erano occupati alla Todt". A beneficiarne, ricorda De Maio, furono anche Garibaldo Benifei e Italo Bargagna, futuro sindaco di Pisa. "Un giorno furono fermati dai tedeschi ed entrambi mostrarono il tesserino della Tod che gli avevo procurato io". In realtà alla questura di Livorno, è convinto De Maio, avevano capito tutto, ma non intervennero e il pattuglione se ne andò senza obiettare.

I massoni di Quercianella. Dopo la retata tedesca in piazza Sforzini, De Maio si dette alla macchia. "Con Finocchietti andammo a Quercianella. Ci dissero che c'era un nido di resistenza che si stava creando alla pensione Barontini. E invece quando andammo a parlarci scoprimmo che era un gruppetto di quattro persone legato alla massoneria, che in quel periodo non poteva stare con noi, ma c'era, come d'altra parte c'è la massoneria ovunque c'è la possibilità di agguantare del potere. Ci dissero che stavano operando per ricevere con onore gli americani al loro arrivo. Quando vidi con chi avevo a che fare, me ne andai".

La zona nera. I tedeschi avevano dichiarato la città zona nera, ordinando l'evacuazione con l'ordine di divieto di transito di ogni circolazione per pericolo mine. I trasgressori sarebbero stati fucilati a vista. "Iniziava dal bagnasciuga e arrivava fino a corso Amedeo e a sud fino a San Jacopo - ricorda De Maio -. Tutta la parte urbanizzata e l'area del porto insomma erano vietate". Non per questo però tanti livornesi non entrarono nel perimetro in cui i tedeschi depredarono case e negozi. "Una volta entrammo anche noi. Un informatore ci aveva fatto sapere che c'era un magazzino di mine in via delle Commedie, dove ora sorge il commissariato di polizia. Ci serviva dell'esplosivo e con un carretto ci addentrammo nella città deserta controllata a vista dai tedeschi. L'impresa fallì, perché su una mina ci finimmo noi, il carretto saltò, un ragazzo rimase gravemente ferito all'addome, ma riuscimmo a fuggire. Raccontarlo oggi può sembrare folle, ma dal momento in cui feci la scelta di essere partigiano accettai, anzi decisi che la mia vita non valeva nulla".

Oberdan Chiesa e il plotone di esecuzione. L'ultimo arresto di Vasco Iacoponi avviene proprio davanti agli occhi di Corrado De Maio. Insieme a Iacoponi viene catturato anche Oberdan Chiesa che nei giorni successivi verrà fucilato. E' il gennaio del 1944. "Ci vedevamo spesso con Iacoponi - ricorda l'ultimo "liberatore" - Un giorno di gennaio avevamo un appuntamento ad Ardenza. Lo vedo arrivare correndo insieme a Chiesa, rincorsi dalla polizia che li ferma e li arresta. Vasco verrà portato a Modena, Oberdan Chiesa fucilato a Rosignano. Insieme avevano fatto la guerra in Spagna. Io riuscii a fuggire e dileguarmi". Il plotone di esecuzione fascista che il 29 gennaio giustizia Chiesa viene immortalato in una fotografia. "Presi la foto e la distribuii ma la maggiorparte di quei fascisti non era più in zona. Scoprimmo però che uno era ancora a Livorno e che alloggiava in piazza Damiano Chiesa. Detti disposizione di ammazzarlo a coltello in modo da non far rumore a un certo Bobbe, che aveva già eseguito altri lavori di questo tipo. Quando Bobbe arrivò a casa sua a Colline però il fascista si era dileguato". De Maio sospira: "Adesso lei penserà che è brutto parlare come sto parlando io, ma non creda che certe decisioni fossero prese con leggerezza".

La condanna del maresciallo dell'Ovra. "La prima volta che partecipai a un ordine di esecuzione fu con un giovane maresciallo di pubblica sicurezza. Aveva 35 anni", ricorda De Maio. La storia nasce al Gabbro, intorno alla tenuta Paggini, che forniva viveri e aiuti ai partigiani. "Scoprimmo che l'Ovra, la polizia segreta fascista ci stava spiando con un giovane poliziotto. Lo seguimmo, scoprimmo chi era, organizzammo una squadra e una notte andammo a catturarlo a Nibbiaia dove abitava. Lo portarono in formazione e lo tenemmo sorvegliato a vista in attesa del processo che gli avremmo fatto la sera. Io il pomeriggio andai a parlarci. Volevo capire se era davvero una spia oppure semplicemente un poliziotto. Gli chiesi come mai a quella giovane età era già maresciallo, come avesse fatto a guadagnarsi un grado che allora veniva dato solo agli anziani. Lui spiegò che aveva fatto il liceo classico, che aveva studiato". La sera iniziò il processo. "Il tribunale oltre che da me era composto da Aramis Guelfi, che sarà il primo segretario del Pci a Livorno, da Lanciotto Gherardi e dal comandante della formazione. Nella speranza di trovare un qualcosa che potesse aiutare quel giovane a difendersi gli chiesi di scriverci alcune lettere in greco, per dimostrare che aveva studiato, che il grado di maresciallo non derivava dall'appartenere all'Ovra ma dagli studi fatti. Lui iniziò a scrivere col lapis su uno dei ciclostili che usavamo per redigere il verbale del processo e mentre io insistevo a cercare una tesi che potesse alleggerire la sua posizione, ad un certo punto sentii un ferro freddo sulla tempia. Mi girai e vidi Gherardi che mi stava puntando una pistola portoghese alla tempia. "Se dici un'altra parola per difenderlo, t'ammazzo", mi disse. Ha capito come funzionava? Funzionava così".

Quella notte di luglio. "La storia dice che la liberazione di Livorno avviene il 19 luglio, in realtà però la notte del 18 gli americani già stavano occhieggiando dal Castellaccio. Si vedevano squarci di fari, mentre i tedeschi scappavano. La città era liberata e Il giorno dopo entrammo ad Ardenza. La popolazione applaudiva, ma non ci fu tripudio. Nel pomeriggio mia madre morì. La sera con mio padre, a Collinaia, all'imbocco della strada che porta a Colognole, incrociammo due tedeschi. Uno camminava trasportando su una carriola da muratore un compagno ferito, con la mascella dilaniata. Io, mio padre Dino e Finocchietti li aiutammo a passare il ponte. Non so che fine abbiano fatto. Questo fu il nostro odio…".

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web