Il Tirreno

Livorno

«Livorno assente all’addio a Canessa» Dagli ex partigiani rabbia e amarezza

Gino Niccolai (Anpi) punta il dito contro l’indifferenza della città (e soprattutto della sinistra) di fronte alla scomparsa del poliziotto anti-eroe che salvò dai lager centinaia di ebrei e antifascisti

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LIVORNO. «Livorno svegliati». Non potrebbe essere più dura la conclusione della lettera aperta messa nero su bianco da Gino Niccolai, presidente dell’Associazione partigiani (Anpi), per raccontare tutta la propria amarezza, la propria rabbia, la propria delusione per aver visto che la città si è un po’ voltata dall’altra parte quando c’è stato da dare l’addio a Mario Canessa, il poliziotto anti-eroe che aveva salvato un esercito di ebrei, di prigionieri di guerra, di disertori e di antifascisti. E punta il dito: «Ma la comunità livornese, dov’era?». Non solo: parla di «uno spettacolo desolante e deprimente, il massimo livello di insensibilità che una comunità possa esprimere».

Niccolai dà voce a un sentimento che nel mondo dell’associazionismo partigiano e antifascista è emerso con forza: «Non ho intenzione di aprire una polemica, ma – afferma – dare alcuni spunti di riflessione critica ed autocritica sui comportamenti di una comunità quella livornese che da sempre proclama di ispirarsi ai valori della Costituzione Repubblicana, all'antifascismo e ai principi di solidarietà».

L’esponente degli ex partigiani tiene a ricordare che Canessa, «poliziotto e partigiano», ha ricevuto le massime onorificenze dalle autorità ebraiche (“giusto fra le nazioni”), dal Quirinale (la medaglia d’oro al valor civile) e dalla sua città (la Livornina d'Oro). È stato – tiene a sottolineate Niccolai – «un servitore dello Stato che nel momento della scelta ebbe il coraggio di disubbidire per tener fede ai valori della libertà, della dignità umana della solidarietà a costo di mettere a repentaglio la propria vita». E bene ha fatto il Comune a aprire le porte di Palazzo civico per «allestire la camera ardente onorando così una personalità di grande spessore».

L’esponente dell’Anpi ricorda che «si sono visti i consiglieri delle forze politiche di maggioranza ed opposizione, non tutti in verità, poche le rappresentanze delle associazioni di volontariato, pochissimi i miei amici e compagni del sindacato confederale, assenti i movimenti e organizzazioni che si rifanno alla sinistra antagonista». E aggiunge: «Quella camera ardente avrebbe meritato più attenzione anche nei rituali della cerimonia, il picchetto d'onore è stato fatto solo dall'Anpi, dall'Anppia e dall'Anei ed è stato concluso, giustamente, dal sindaco, dal presidente del consiglio comunale e dalla giunta».

Ma Niccolai dice anche che «nelle 2 ore di permanenza della salma alla camera ardente nessuno ha sentito il bisogno, l'esigenza, il dovere di onorare quell'uomo per ciò che esso ha rappresentato e rappresenta per la città e per questo Paese oggi e domani». La questione riguarda anche la cerimonia religiosa («bella, intensa, carica di significati multireligiosi, ma anche morali etici e politici»). «Credo che ai troppi assenti, che Mario avrebbe catalogato come " persone importanti", avrebbe fatto sicuramente bene al corpo, alla mente e allo spirito», afferma.

Ma deve essere la comunità che si mobilita o sono i loro rappresentanti che la mobilitano? Per Niccolai «non c'è mai un prima e un dopo: le due cose vanno di pari passo». Per questo chiede «un salto di qualità e di impegno quotidiano da coloro che sono stati chiamati a rappresentare pezzi e strati della società civile altrimenti saltano anche gli ultimi baluardi della solidarietà fra le persone e si cade sempre più nell'indifferenza e nel populismo».

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di Redazione web