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Livorno

Commercio, la crisi non ha fine Ma in un anno aprono 221 negozi

Commercio, la crisi non ha fine Ma in un anno aprono 221 negozi

Redditi e consumi in calo, la “torta” del business si è ridotta del 30% dal 2008 in poi Il dossier del Centro studi Cciaa: vendite al dettaglio giù da ben 26 trimestri consecutivi

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LIVORNO. Anche l’ultima newsletter del Centro studi ricerche della Camera di commercio annuncia “brutto stabile” sul barometro del settore commercio nella nostra provincia: per il ventiseiesimo trimestre consecutivo il segno “meno” campeggia nelle statistiche delle vendite al dettaglio.

Mettiamo le mani in avanti: nel complesso dei dodici mesi dello scorso anno c’è almeno mezza Toscana che se la cava peggio di noi. La caduta di cinque punti percentuali su base annua ci vede a metà classifica fra le città toscane, anzi un po’ più in alto: meno peggio di noi sono Pistoia (meno 3,9%), Prato (meno 4,7%), Firenze (meno 4,9%). Ma soprattutto la fascia costiera è un pianto greco: meno 5,3% Pisa, meno 5,5% Lucca, meno 6,7% Grosseto e, per finire, il tonfo di Massa dove la flessione delle vendite commerciali ha raggiunto gli otto punti.

Ma dietro queste cifre esiste un puzzle di situazioni diversificatissime. Nel susseguirsi dei mesi: il dato livornese, seppur negativo, è meno pesante di quello del resto della Toscana a partire dall’autunno del 2012 in poi. Con una brusca caduta proprio nel periodo più recente fra quelli presi in esame: nell’ultimo trimestre 2013 ecco che l’andamento tendenziale scende in picchiata, giù di sei punti. Eccezion fatta per la primavera-estate 2012, mai la linea del grafico era scivolata così in basso per Livorno.

Non è tutto: la gamma delle situazioni si sventaglia anche fra le differenti tipologie di commercio. Ecco che dal dossier dell’équipe camerale emerge quanto sia diverso l’andamento delle vendite a seconda che si parli di piccole botteghe di quartiere, di media distribuzione o dell’accoppaiata supermercati-ipermercati.

Per dirne una: dall’inizio della crisi-choc innescata Oltreoceano dal crac per subprime e Lehman Brothers, solo due volte l’indicatore relativo alla grande distribuzione era sceso in basso quanto negli ultimi tre mesi dello scorso anno (ultimo dato disponibile). E queso – a differenza di lunghe fasi in cui anche nel bel mezzo del tunnel della crisi i supermercati riuscivano a galleggiare attorno a “perdite zero” – ci segnala che adesso questo tsunami su redditi e consumi finisce per mordere ai polpacci anche il commercio dei punti vendita più grandi.

Ma, per dirne un’altra, la flessione del 2,4% che si registra sul fronte di supermercati-ipermercati è appena più della metà del flop (meno 4,1%) riscontrato nella media distribuzione. Che, a sua volta, non rappresenta neppure la metà del tracollo delle vendite riscontrato nel piccolo commercio delle botteghe di vicinato: quel meno 8,4%, eccettuato la primavera 2012 quando il capitombolo sfiorò i dieci punti percentuali in un sol colpo, è il peggior dato dall’inizio della crisi.

Al tempo stesso, nonostante la lunghissima striscia negativa che di fatto ha ridotto d’un buon 30% la fetta delle vendite al dettaglio, i dati Infocamere sulle nuove ditte raccontano che Livorno è a livelli record per l’apertura di nuove imprese nel settore del commercio in sede fissa, cioè negozi veri e propri. In numeri: sono 221 le nuove ditte iscritte all’anagrafe delle imprese tenuta dalla Camera di commercio. Con una impennata tendenziale annua pari al 30,8%: nel resto della Toscana siamo al 7,6% e su scala nazionale la crescita è quasi analoga (più 8,1%).

Ma è altrettanto anomala, se non di più, anche l’incremento di quanti hanno abbassato definitivamente la saracinesca. E non solo perché parliamo di una cifra quasi dottopia rispetto alle aperture (422). L’aumento dell’8,5% delle cessazioni di negozi è del tutto fuori linea rispetto al resto della nostra regione (più 0,8%, dieci volte meno) o al complesso del dato a livello nazionale (più 2,7%).

Potrebbe essere il segno che l’apertura di un negozietto purchessìa, magari solo per avere uno spicchio di reddito, viene percepita come l’unico sbocco per trovare un lavoro, visto che ormai l’assunzione ne come dipendente pubblico è un miraggio. E come lavoratore subordinato in una impresa privata, idem.

Mauro Zucchelli

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