Il Tirreno

Livorno

Il rebus della raffineria Eni Timori per il piano choc

di Mauro Zucchelli
Il rebus della raffineria Eni Timori per il piano choc

Appena un anno fa l’annuncio del presidente (200 milioni di investimenti) ma ora Recchi è a Telecom e nel settore petrolifero è allarme rosso sulle perdite

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LIVORNO. Nel moulinex di indiscrezioni sulla cura choc che l’Eni ha in mente per il proprio piano di riorganizzazione, per quanto riguarda lo stabilimento di Stagno salta fuori di tutto un po’.

Ad esempio, nella notizia Ansa uscita a caldo sulle agenzie Livorno figura fra i quattro impianti a rischio ma poi l’elenco ne sforna cinque («Gela, Taranto, Livorno e la seconda fase di Porto Marghera, nonché il petrolchimico di Priolo»). Al contrario, la Reuters, pur insistendo anch’essa sul fatto che la continuità produttiva è assicurata dall’Eni solo per l’impianto di Sannazzaro (Pavia) e per la quota parte di Milazzo, poi parla di «cinque raffinerie» in bilico ma subito dopo ne mette in lista quattro (e Livorno è proprio quella che manca).

Altre fonti riferiscono che, nel colloquio che ha visto a tu per tu con il nuovo amministratore delegato Claudio Descalzi i massimi responsabili dei sindacati nazionali Cgil Cisl Uil di categoria, a una precisa domanda sullo stabilimento di Livorno il numero uno del “cane a sei zampe” si sarebbe salvato in corner, riservavandosi di approfondire questa situazione specifica e annunciando che se ne sarebbe parlato in un’altra data.

Resta il fatto che sull’orizzonte dell’industria della raffinazione di prodotti petroliferi si addensano nuvoloni neri già da un po’: basti ricordare che ad aprile, poco prima di esser “rottamato” dal premier Renzi, l’allora amministratore delegato Paolo Scaroni aveva detto chiaro e tondo che c’era una ulteriore perdita del 20% nell'ultima trimestrale per il settore raffinazione e questo costringeva a «rivedere le strategie».

L’aveva ribadito meno di un mese fa il presidente dell’Unione petrolifera, Alessandro Gilotti: «Non crediamo di esagerare quanto diciamo che oggi tutte le raffinerie italiane sono a rischio di sopravvivenza, e con esse tanti posti di lavoro». E giù cifre da incubo: il settore del downstream nazionale che nell’ultimo triennio accumula «perdite per 4 miliardi di euro», dal 2008 le raffinerie sono passate «da 16 a 12» e la capacità di raffinazione è stata ridotta «di oltre il 14%».

Ce n’era quanto basta perché, come racconta un giornalista economico attento come Fabio Tamburini, Descalzi appena è stato messo al timone dell’Eni aveva immaginato per il settore raffinazione «misure davvero draconiane», poi è «prevalsa una certa realpolitik». Anche se pure nel faccia a faccia di martedì è stato messo sul tavolo un surplus europeo di 120 milioni di tonnellate di raffinato: innescato soprattutto dal fatto che le grandi compagnie costruiscono i nuovi impianti là dove il greggio viene estratto (con costo del lavoro quasi zero e tutele ambientali idem), contando di chiudere quanto prima quelli vecchi in Europa.

È uno scenario che potrà anche guardare alla vendita, già scongiurata in extremis nell’estate di cinque anni fa, ma in una fase di drastica contrazione produttiva fa capolino il timore che in realtà si rischi la fine.

Sembra preistoria l’annuncio che a metà luglio dello scorso anno era arrivato di fronte alla platea dell’assemblea annuale di Confindustria dal presidente dell’Eni, Giuseppe Recchi: 200 milioni di euro di investimenti destinati all’ammodernamento della raffineria di Stagno.

«È come se parlassimo di un’altra era geologica», spiega una fonte che ha seguito di persona il dossier. Del resto, non serve a niente aggrapparsi alle dichiarazioni di Recchi (e non solo perché adesso è trasmigrato al timone di Telecom): a Gela era stato preannunciato un fiume di investimenti nell’ordine dei 700 milioni di euro, non molto prima della doccia gelata dell’annuncio della chiusura.

Dalla sua la raffineria di Stagno ha il fatto che è l’unica a fare anche lubrificanti e che con l’oleodotto di Calenzano offre soluzioni interessanti per la logistica della distribuzione in tutto il Centro Italia.

All’opposto, l’ipotesi di una riconversione – in tutto o in parte – di un’area che vale più di un milione di metri quadri deve fare i conti con i vincoli delle normative sulle bonifiche: hanno mandato in tilt ogni scenario di riutilizzo di una normale fabbrica metalmeccanica come la Delphi, immaginatevi quanto potrebbe essere facile gestire la trasformazione di un simile polo petrolchimico ad altri usi.

Ma prima di arrivare agli scenari futuribili c’è da capire però quale partita si stia giocando adesso. Dalla Sicilia con blocchi stradali e la rivolta degli amministratori locali Gela ha detto senza se e senza ma che farà la guerra pur di non perdere quei posti di lavoro. La situazione sociale è incandescente: nessuno è intenzionato a mandar giù il bis della chiusura dello stabilimento Fiat di Termini Imerese in cambio di quel che poi si sono rivelate solo chiacchiere. E questo vale anche per l’altro polo siciliano, quello siracusano di Priolo.

E pensate forse che Taranto, piegata in due dal caso Ilva diventato una patata bollente a livello nazionale, può reggere la fine di un altro polmone occupazionale come la raffineria? C’è il rischio che parta la guerra del tutti contro tutti. A meno che il governo non decida che il Paese non può uscire da questo segmento di industria. A meno che sindaci e sindacati non facciano quadrato. Il match sul ring è solo iniziato.

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