L’Ave Maria in sardo per l’ultimo abbraccio
LIVORNO. «Tutta queste persone importanti qui per me?». Potesse alzarsi dalla bara, farebbe un sorriso meravigliato Mario Canessa, il poliziotto-partigiano morto a 97 anni. Sono il sindaco Nogarin...
LIVORNO. «Tutta queste persone importanti qui per me?». Potesse alzarsi dalla bara, farebbe un sorriso meravigliato Mario Canessa, il poliziotto-partigiano morto a 97 anni. Sono il sindaco Nogarin con la vice Sorgente, l’assessore Aurigi e la presidente del consiglio Cepparello ad aprirgli il portone del Comune: nella sala preconsiglio intitolata al nostro Luciano De Majo, c’è il prefetto e c’è il rabbino, ci sono i vertici delle forze dell’ordine, ci sono i parenti da Volterra, c’è il cugino Giovanni e ci sono i nipoti Stefania e Stefano, c’è l’ex assessore Tredici che pubblicò il volumetto con la storia di Canessa, c’è la governante Larissa e c’è chi come l’ex poliziotto Giuseppe Bellino ha accompagnato la malattia del superiore con cui aveva lavorato mezzo secolo fa (e ora firma la corona di fiori “tuo figlio Giuseppe”). Niente discorsi ufficiali, massima sobrietà e il picchetto d’onore glielo fanno i partigiani Anpi col tricolore al collo.
All’inizio del pomeriggio, il funerale nella chiesa del Rosario officiato da don Piergiorgio Paolini e don Pietro Basci. Presenti la vicesindaco Sorgente e il sindaco volterrano Buselli col gonfalone più l’Anpi e i cavalieri del Santo Sepolcro. Politici? Solo Elisa Amato, leader di Forza Italia. Bel segno per la sinistra, Pd in testa, una cui piccola delegazione si è fatta viva solo in Comune.
Le esequie sono il tentativo di dare una risposta non al “cosa” ha fatto Canessa bensì al “perché”. Lo fa il sacerdote cattolico e lo fa, cosa inconsueta per una liturgia, anche l’ebreo Guido Guastalla. Con una idea di fondo simile: è stata la profonda fede di Canessa a fargli mettere a repentaglio la vita pur di salvare quelle altrui.
Don Paolini sottolinea il bisogno di seguire l’esempio di Cristo. Guastalla va ancora più in là: ricorda l’esempio che per Canessa era stata la religiosità della madre terziaria francescana. Non solo: «Ha fatto la cosa giusta, ma non dimentichiamo quanto deve aver sofferto in fondo al cuore perché il fratello che gli pagava gli studi era in un lager e lui, facendo la spia e consegnando uno degli ebrei, avrebbe potuto toglierlo dalle mani degli aguzzini».
Torna l’accento sul fatto che Canessa per più di mezzo secolo questa storia l’aveva tenuta nascosta a tutti. D’altronde, lui era un po’ così: «Quando si è sposato, nel duomo di Volterra col prete c’eravamo solo lui e lei più io e mia moglie come testimoni », dice il cugino Giovanni Del Colombo.
Ad accompagnare Mario nell’ultimo pezzetto di strada ci pensano la corale Filippo De Monte e la corale sarda Giovanni Sedda dirette da Mauro Ermito: le note della tradizione ebraica (“Yeroushalaim shel zahav”) e l’ “Ave Maria” in sardo sono uno suqarcio nel cuore. Prima che il feretro sia portato al cimitero della Misericordia per la sepoltura. (m.z.)
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