Toscana
«Io, l’ex bambino salvato da Canessa 70 anni fa»
Ciro De Benedetti, quasi ottantenne, insieme alla moglie a Livorno per l’addio Il poliziotto anti-eroe è stato «quasi un padre per me che ho perso i genitori nel lager»
LIVORNO. «Lassù, in mezzo alla neve di quel monte, mio marito avesse trovato in qualche modo in Mario Canessa un secondo padre e Mario quel figlio che non ha avuto». Niente potrebbe raccontare meglio delle parole di Maria Franca Garbari l’incredibile storia di destini incrociati che, poco prima del Natale ’43, nasce fra il poliziotto anti-eroe salva-ebrei e un bambino di otto anni in fuga con la nonna mentre le Ss catturano i genitori, destinazione Auschwitz.
Lui di cognome fa De Benedetti e il nome all’anagrafe è Ciro, anche se tutti lo conoscono come Lino. Ormai è un elegante signore che, con quello sguardo mite e quella parlata ancor più mite, ormai se ne va verso gli ottant’anni. Era arrivato in taxi da Milano con la moglie Maria Franca: non avrebbe voluto per niente al mondo non essere qui a dare l’ultimo abbraccio all’uomo che lo ha salvato senza chiedere nulla in cambio. Anzi, senza chiedersi nemmeno perché.
In realtà, l’incrocio di destini è ancor più ingarbugliato: Mario Canessa non solo accompagna il piccolo Ciro sui sentieri dei contrabbandieri insieme al brigadiere Giovanni Marrani, «ma – racconta Ciro De Benedetti – poi riesce a far arrivare in carcere ai miei genitori un foglietto firmato da me con il timbro-data della gendarmeria come prova del fatto che tutto è andato bene e io sono in salvo». Di più: «Mi consegna a una guardia di confine svizzera che mi prende in casa sua, in mezzo ai suoi piccoli. Immaginatevi cosa significa per un bambino rimbalzare da solo in questo mondo di adulti che non conosce e piombare da solo in una casa che non ha mai visto: ma mi hanno accolto come un figlio. Era morta poche settimane prima una loro figlia. Per me sono stati un’altra famiglia».
La voce di De Benedetti è un sussurro: «Io non ho fatto niente, sono semplicemente stato un uomo molto fortunato», dice lui, per tre decenni capo della filiale italiana di una ditta di macchine agricole, mentre «dopo quasi mezzo secolo di matrimonio» la moglie lo guarda con una tenerezza che racconta più di un milione di parole. Poi aggiunge una frase che vale una dichiarazione d’amore: «Salvando mio marito, Mario ci ha fatto un regalo senza neppure saperlo. Ha reso possibile la cosa più bella delle nostre vite: che anni più tardi ci conoscessimo». Inutile aggiungere che uno dei due figli della coppia si chiama Mario come Canessa (l’altra è invece è Giovanna).
Chi gliel’ha fatto fare a Canessa di rischiare di esser fucilato alla schiena? «Glielo chiesi anch’io, – dice De Benedetti – con le parole e con l’ingenuità che può avere un bambino. Mi ricordo che mi rispose che conosceva i miei genitori. Ho scoperto poi che era una bugia. Quel che non ho scoperto è invece una risposta a quella domanda».
I coniugi De Benedetti non sono tornati solo ieri a farsi vivi con Canessa: la foto di qualche rimpatriata con pranzo insieme campeggiava nell’album delle foto di famiglia che il poliziotto anti-eroe mostrava agli amici. «Quando l’ho incontrato di nuovo? È accaduto qualche anno fa, per iniziativa di Guido Guastalla: credo stesse preparando le testimonianze a sostegno della proclamazione di Canessa come “giusto fra le nazioni”. È stato come tornare a vivere quella fuga lassù in cima ai monti che ci separavano dalla libertà».
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