Gioco
Eni, tornano le nubi sul futuro della raffineria
Salta la trattativa sindacale sul nuovo progetto industriale della società che prevede una riorganizzazione degli organici e l’ad mette in discussione Gela, Taranto, Livorno e Porto Marghera
Un anno fa esatto - era il 16 luglio 2013 - Giuseppe Recchi, presidente di Eni aveva spazzato via ogni nube sul futuro della raffineria di Livorno: «Livorno per Eni è strategica. E il nostro piano di investimenti sul territorio nel prossimo quadriennio prevede 200 milioni di euro», aveva detto all’assemblea generale di Confindustria.
Qualcosa dev’essere cambiato se è vero che ieri sera (martedì 8 luglio) a Roma si sono rotte le trattative sindacali sul nuovo progetto industriale del cane a sei zampe che prevede la riorganizzazione generale degli organici. E nella partita potrebbe finirci anche il futuro dello stabilimento di Stagno.
Durante l’incontro tra i segretari nazionali dei sindacati dell'energia Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil Emidio Miceli, Sergio Gigli e Paolo Pirani, l'amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi, ha denunciato gravi perdite nel settore della raffinazione a causa di un surplus europeo di 120 milioni di tonnellate di raffinato e ha comunicato ai sindacati che la società garantirà le continuità operativa solo per la raffineria di Sannazzaro (Pavia) e della propria quota del 50% su quella di Milazzo. In discussione sono invece le 4 raffinerie di Gela, Taranto, Livorno e la seconda fase di Porto Marghera (Venezia), nonchè il petrolchimico di Priolo (Siracusa).
Proprio a Gela cresce la tensione per la vertenza sindacale dopo il rifiuto dell'Eni di riavviare almeno una delle tre linee produttive della raffineria e la conferma della revoca dei 700 milioni di investimenti, che, di fatto, annulla il programma di riqualificazione produttiva concordato un anno fa dalle parti.
Stamani, gruppi di lavoratori si sono spostati ai cancelli della consociata dell'Eni, "Green Stream", con l'obiettivo di bloccare il gas che proviene dalla Libia attraverso il metanodotto sottomarino, fermando l'attività nel terminale di arrivo e di rilancio del metano, destinato alla rete nazionale.
Ma già da ieri sera, dopo la rottura delle trattativa, le maestranze gelesi non lasciano transitare più nessuno, nemmeno i turnisti che avrebbero dovuto dare il cambio ai colleghi che hanno lavorato durante la notte.
L'orientamento generale è quello di lasciare il posto di lavoro dopo 16 ore di attività, così come prevedono sia il contratto che le leggi in materia. A rischio la sicurezza in fabbrica, dove, anche se gli impianti produttivi sono fermi, sono attivi quelli che producono utilities indispensabili ai delicatissimi sistemi di controllo di apparecchiature, serbatoi macchine.
Fra qualche giorno si potrebbero fermare le pompe di estrazione del petrolio dei giacimenti di Gela perchè, in conseguenza del blocco del porto e delle spedizioni, i serbatoi di raccolta dei "centri oli" sono ormai quasi pieni.
Nel pomeriggio, i sindacati provinciali Cgil, Cisl e Uil decideranno la data dello sciopero generale con cui chiameranno la popolazione a una manifestazione territoriale a sostegno della vertenza Gela.
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