Gioco
Portuali alla prova dell’alleanza con il gigante fiorentino Cft
Oggi in assemblea per discutere del piano che punta all’integrazione fra le due coop toscane Stavolta niente tagli a buste paga e organici ma una rivoluzione negli assetti interni
LIVORNO. Stavolta nel menu del piano non ci sono lacrime e sangue a suon di tagli agli organici e forbiciate alle buste paga ma forse per la Compagnia portuale la trasformazione è ancor più rilevante: l’alleanza con il gigante coop fiorentino Cft non significa aver trovato lo zio bischerotto che ti paga i debiti ma semmai il cugino grande e grosso che ti porta con sé per darti una mano a crescere (e senza sconti né scorciatoie).
È quel che oggi finirà sotto i riflettori nell’assemblea dei portuali in agenda nel pomeriggio. È in ballo l’integrazione con Cft: è vero che l’intesa fra le parti l’hanno trovata già da mesi, praticamente dentro la calza della Befana, ma qui si gioca il passaggio dalle enunciazioni generali a una sorta di mutazione antropologica sulle orme di una spinta all’imprenditorializzazione dell’intero processo di lavoro. Non è forse vero che nel quartier generale di via San Giovanni si disegnano progetti di informatizzazione spinta e di ingegnerizzazione delle procedure?
Ma questo è solo il volto high tech di quel che sta portando l’integrazione fra i due gruppi del movimento cooperativo. Non ci si dimentichi che nell’arco degli ultimi anni la Cft ha fatto un balzo che ha fatto schizzare il fatturato da 120 a 350 milioni di euro: quanto basta per farne l’operatore numero uno nel settore del trasporto refrigerato, tassello-chiave nella logistica della grande distribuzione se è vero che serve anche realtà arcinemiche fra loro come la Coop e la Esselunga.
Cosa ci fanno i portuali livornesi in tutto questo? Rappresentano la possibilità di coprire un altro pezzo della catena logistica. Tradotto: i portuali la smettono di essere soprattutto le braccia (e magari l’operatore) che sta sulla banchina e, con il “cugino” Cft, offrono consegna merce con servizi aggiuntivi tipo dogana e tracciabilità. L’integrazione, insomma, non è solo aver le spalle finanziarie più solide e grosse per andare a contrattare con le banche ma anche un modo d’essere: basti pensare al fatto che già da quattro mesi in via San Giovanni è nata una società-alleanza con Cft come Mito.
Al tempo stesso, a quanto è dato sapere, le due realtà coop restano distinte: la Cft entra come socio sovventore, non come in una società per azioni bensì nel segno cooperativistico di “una testa un voto”.
Anziché con un marchio che mangia l’altro, risulta che l’integrazione avverrebbe facendo trasmigrare i manager dall’una all’altra società (però in entrambe le direzioni, non semplicemente affidando a uomini Cft le leve di comando di pezzi di Compagnia).
È come se dalla fase di emergen za al capezzale si passasse alla ricerca del mestiere che i portuali intendono fare da grandi. Nel frattempo, rimane sul tavolo il destino del Faldo, l’autoporto fra Vicarello e lo Scolmatore: la Compagnia sta cercando di venderlo da tempo ma il mercato dell’auto è quello che è. Solo che negli ultimi mesi qualcosa ha ricominciato a muoversi e forse l’ossigeno finanziario che i portuali ne ricaverebbero potrebbe diventare il carburante per costruire il proprio mestiere del futuro.
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