Gioco
In viaggio sul treno senza papà (nevrotico)
Andarsene e tornare, l’ho sempre pensato, è il modo migliore per amare davvero un luogo e chi vi abita. Adesso sono sull’intercity che parte da Ostiense a mezzanotte. Viene da Salerno e arriva fino a Torino. Un vero treno di migranti.
Che fra tre ore, finalmente, si fermerà a Livorno Centrale, dove troverò il mio vecchio scooter, scassato, ma che, fino a prova contraria, è sempre partito alla prima. So già che troverò le strade deserte e sarà bello, dopo una giornata di calura romana, appiccicosa di umidità, sentirsi addosso la brezza fresca della notte. Nello scompartimento, pieno, l’ultimo posto è stato appena occupato da una ragazza, accompagnata da un padre nevrotico e preoccupatissimo che, dopo averla aiutata a sistemare una valigia che pesava più di lei, ha squadrato per bene noi passeggeri, uno per uno. Ha guardato me, la signora in carne che dorme abbracciata alla borsa, e il di lei marito, un ometto calvo, ordinatissimo, che ha piegato la giacca con cura maniacale sulla rastrelliera. Ci ha guardato tutti, dicevo, ed è scoppiato in un gioioso saluto: "Grazie a Dio! Grazie a Dio! - ha detto - sei un buone mani, oh, ora sono tranquillo…". essuno di noi, in effetti (forse con l’eccezione di chi scrive, per non essersi curato la barba da troppo tempo) ha l’aria del tagliagole, del borseggiatore o del molestatore. "Arriva fino a Genova? " Ha chiesto il padre all’ometto ordinato, forse scegliendolo come rappresentante fisiognomicamente perfetto delle persone innocue. "Siamo diretti a Torino" ha risposto al suo posto la moglie, che nel frattempo si era ridestata. Questo deve aver rincuorato ulteriormente il padre apprensivo, che ha visto nell’atteggiamento risolutamente matriarcale della signora un ulteriore segno della nostra collettiva dabbenaggine. Il padre è sceso dunque tutto felice. Ma si è messo subito a salutare, sbracciandosi, dal marciapiede del binario. Inutilmente però, perché, da quando si è seduta, la figlia non ha più alzato lo sguardo. Così ha deciso di risalire: "Allora ciao tesoro, tutto bene vero? Tutto a posto vero?". La ragazza ha fatto cenno di sì col capo, mormorando un "ciao" che significava in realtà: "Vattene. Sono anni che mi fai vergognare, non vedo l’ora che questo treno parta per mettere seicento chilometri fra di noi". Quando domattina all’alba, la ragazza arriverà a Genova, si sarà lasciata alle spalle suo padre, con le sue nevrosi, la sua affettazione imbarazzante e il suo delirio di controllo. Almeno per un po’. Poi, un giorno, magari fra molti anni, può darsi che alla ragazza capiti persino di ricordare quel rompiscatole di suo padre con tenerezza. Nel frattempo si è addormentata. Dormono anche l’ometto ordinato e sua moglie, come una grossa gatta pronta al balzo ad ogni evenienza. Andarsene e tornare, dicevo, è il modo migliore per amare davvero un luogo e chi vi abita. Anche Livorno.
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