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«Non sono io l’assassino» Ma test del Dna e testimoni inchiodano l’imprenditore
Alfredo Andreucci è stato condannato a 30 anni per la morte di Claudio Costanzo Il giudice: nessun pentimento. La telefonata chiave: «Ha un coltello, venite»
LIVORNO. «Avevo un debito con Claudio Costanzo di 4200 euro che restavano dal Tfr, ma non sono l’assassino che cercate». Lo ha ripetuto in aula il 28 gennaio scorso Alfredo Andreucci, l’imprenditore condannato un mese dopo a 30 anni di carcere per l’omicidio del carpentiere Claudio Costanzo, ucciso con tre coltellate il 27 febbraio 2013 in via Cossa, a due passi dal mercato centrale.
Ma alla sua versione, soprattutto alla presenza di «un terzo uomo», il giudice Antonio Pirato non ha creduto. «La ricostruzione proposta dall’imputato - scrive il magistrato nelle motivazioni depositate in cancelleria alla fine di maggio - appare del tutto illogica, fantasiosa e sfornita del benché minimo riscontro oggettivo».
Tre le certezze investigative su cui poggia la sentenza: le parole pronunciate dalla vittima tra l’aggressione e il decesso («È stato Andreucci Alfredo, ditta carpenteria zona Picchianti, cose di soldi»), alcune testimoni che hanno riconosciuto l’imprenditori in strada «con un coltello in mano», e il test del Dna attraverso il quale sono state ritrovate tracce di sangue della vittima nell’imbottitura interna del giaccone dell’imputato.
La consulenza genetica
Si intitola così l’ultimo capitolo della trattazione e della valutazione del materiale probatorio effettuata dal giudice.
Al centro del dibattito processuale è entrata soprattutto la consulenza chiesta dal pubblico ministero Massimo Mannucci «sui reperti organici prelevati dalla cute dell’Andreucci, e la verifica della eventuale presenza di sangue, tracce biologiche, e altro materiale genetico su coltelli, sull’asciugamano e sugli indumenti ed effetti personali sequestrati all’indagato, comparando questi elementi con il profilo della vittima». I risultati – che la difesa ha contestato – sono invece per il giudice determinanti e vanno a formare «un compendio probatorio corale, omogeneo e assolutamente granitico sotto il profilo logico e fattuale».
Nello specifico sono state 12 le tracce di sangue individuate sulla superficie esterna del giaccone dell’Andreucci e una tredicesima (quella decisiva) è stata rinvenuta dal consulente all’interno dell’imbottitura della manica destra «che ha permeato l’indumento dall’esterno verso l’interno».
«Sei delle tracce rinvenute nella giacca a vento dell’imputato – scrive il giudice – risultano costituite da una mistura di Dna. E tutte queste tracce sono compatibili con il profilo genetico di Costanzo, e per alcuni sistemi, del Dna anche con il profilo genetico dell’Andreucci». Il Dna estratto della traccia di sangue rinvenuta all’interno dell’imbottitura presenta un unico profilo genetico maschile ed è identico a quello di Claudio Costanzo.
Una rivelazione che il giudice spiega così. «Il fatto che il tessuto esterno della giacca dell’imprenditore fosse impermeabile e che sulla superficie esterna non sia stata accertata la presenza di sangue in quel preciso punto corrispondente a quello interno non è una incongruenza apparentemente inspiegabile. Invero potrebbe lasciare concretamente desumere che l’Andreucci, dopo il funesto incontro con il Costazo, abbia voluto fare quella brevissima sosta a casa allo scopo di lavare accuratamente proprio la traccia più evidente del sangue della vittima, la quale era riuscita a filtrare in minima quantità attraverso il tessuto nonostante la sua astratta impermeabilità».
La telefonata chiave
Sono le 9,08 della mattina del 27 febbraio quando al 118 arriva la telefonata di una donna che in quel momento è a casa della madre e questa è la trascrizione della conversazione finita agli atti del processo.
«In via Cossa - racconta - c’è un signore con un cappello nero e i pantaloni marroni ha accoltellato un altro signore che è scappato sui Fossi». L’operatore crede di aver capito male: «Che ha fatto?», risponde. E la donna: «Ha accoltellato un altro signore, è scappato sui Fossi correte in via Cossa, in via Cossa, al Mercato, correte mandate una macchina».
Poi prosegue: «Io ero alla finestra, l’accoltellato è sdraiato sui banchi, sa in fondo in via Cossa. E lui diceva: “Non ti ho fatto niente, non ti ho fatto niente”, però l’aveva già accoltellato e aveva il coltello tutto sporco di sangue. Non l’ho sentito parlare quello che ha accoltellato, ho sentito parlare solo l’altro signore che gli ha detto: “Non ti ho fatto niente”. E lui è andato verso i Fossi».
La donna descrive anche il coltello che l’assassino ha in mano: lungo una ventina di centimetri con un manico lungo nero come quello con cui si taglia il pane, ma la lama non era seghettata, era liscia. E fa un identikit particolareggiato della persona che vede dalla finestra: «Una sessantina d’anni, un cappellino di lana nero. È senza barba, ha una giacca a vento nera e indossa pantaloni beige. Se lo prendete e me lo fate vedere lo posso riconoscere». E così è stato.
Ma la testimonianza della signora che affacciandosi alla finestra vede gli istanti successivi all’accoltellamento, è importante anche perché, come le altre che sono state raccolte dai carabinieri, sottolinea come «non ci fossero altre persone in strada». E lo stesso custode del palazzo ha spiegato che «la porta si è aperta solo due volte».
La versione di Andreucci
«Entrò prima Costanzo, poi entrai io. Appena entrai mi sentii dare una grossa spinta che ci fece cadere e battere nel marmo che era alla mia sinistra e la testa alla saracinesca. Quando mi accucciai vidi la colluttazione che c’era tra Costanzo e quell’altra persona che lo stava picchiando. Io andai in aiuto a Costanzo, ma nel frattempo che io mi muovevo e stavo andando verso di lui Costanzo prese e scappo poi scese le scale. Nello stesso tempo questa persona, perché mi ero messo nel mezzo, mi dette un'altra spinta e questa volta scivolai a marcia indietro e cascai a terra. E questa persona cominciò a seguire Costanzo. Cercai di rialzarmi ma sinceramente non ci riuscii perchè mi sentivo le gambe come ora, se mi alzo ora casco in terra perché c'ho le gambe che mi fanno cià-cià. E non riuscivo a rialzarmi. Sicchè non so quanto tempo passò ma potranno essere passati secondi come minuti, ma non ricordo quanto tempo passò; fatto sta che quando scesi le scale ero sempre tremolante e quando arrivai al portone mi soffermai per guardare a destra e a sinistra se vedevo qualcuno. Non c'era nessuno sicchè mi misi in mezzo alla strada e feci lo stessa cosa: mi misi a guardare a destra e poi attraversai la strada e andai via».
Secondo il giudice questa dichiarazione è «del tutto illogica, fantasiosa e sfornita del benché minimo riscontro oggettivo, apparendo, anzi, in palese contrasto con le plurime e convergenti dichiarazioni testimoniali delle persone che, a vario livello, hanno assistito alla fase immediatamente successiva all'accoltellamento del Costanzo, ossia a partire dal momento in cui la vittima fuoriuscì, in condizioni di equilibrio precario, dal portone del condominio per fuggire all'aggressore e per chiedere aiuto».
Un quadro complessivo che fa dire al giudice che si è trattato di un delitto dove il movente «è economico». E dove l’imputato non merita sconti per «la particolare gravità del reato e delle modalità insidiose della condotta; il cinismo mostrato subito dopo la commissione del fatto, la mancanza di qualsiasi atteggiamento collaborativo al processo e di qualsiasi cenno di pentimento».
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