La protesta
Prete da 50 anni: Don Luciano, il parroco buono
Una settimana di eventi e celebrazioni in occasione dell’anniversario di sacerdozio
LIVORNO. I religiosi, citando Gesù, dicono “non fare ad altri quello che non vuoi sia fatto a te”. Al secolo, il concetto viene spesso indicato con la frase “mettersi nei panni altrui”. Don Luciano Musi queste espressioni le usa entrambe. Ma soprattutto le applica. Nella sua vita quotidiana, da 50 anni. Da quando il 30 giugno del 1964, nel Duomo, fu ordinato sacerdote da monsignor Emilio Guano, il successore di Andrea Pangrazio. Cinquant’anni di vita sacerdotale in cui don Luciano ha sperimentato l’altruismo e la solidarietà, aiutando il prossimo. Missione - in cui ha coinvolto anche i suoi parrocchiani - che negli ultimi venti anni si è ulteriormente concretizzata con la fondazione della “Ronda della carità”. Oggi don Luciano guida 250 volontari che aiutano i 3mila poveri che vivono a Livorno. E lo fa in silenzio, senza tanti clamori, appellandosi solo alla buona volontà della gente. Un prete vero, che non ha paura di rimboccarsi le maniche e scendere in strada. Che abbraccia Papa Francesco, e lo sente vicino, soprattutto quando dice «che essere sacerdote non vuole dire fare carriera». Che cita il Vangelo, ma anche le canzoni di Rita Pavone, che nella Viva la pappa col pomodoro canta: “Un popolo affamato fa la rivoluzion”. I bisognosi sono il pallino di don Luciano.
Da dove nasce questo desiderio di servire i poveri?
«Sono orfano di guerra, mio padre è morto nella campagna di Russia, sul Don. Quando fu richiamato con le camicie nere, era il 1940: io avevo un anno. Lui non è più tornato. All’epoca, io e la mia famiglia abbiamo patito la fame. Ho un ricordo nitido, forte, di me ragazzino che affamato. È per questo che ho un’attenzione particolare verso chi ha fame, perché l’ho provato sulla mia pelle».
Che ricordi ha della sua infanzia?
«I miei si sono sposati nel 1938, a Piombino, dove io sono nato l’anno successivo. Si erano conosciuti all’Ilva, entrambi lavoravano all’alto forno da dove uscivano fiammanti le longarine per i binari: loro dovevano prenderle per poi inviarle a destinazione. Quando mio padre partì, tutto cambiò. Mia madre con la guerra perse il lavoro e noi tutti attraversammo anni durissimi. Lei aveva 18 anni: era la 23esima di 24 fratelli. Una famiglia numerosissima perché all’epoca figli significavano forza lavoro. Lei da ragazzina era stata male e quindi, non potendo lavorare, si era dedicata a crescere i suoi fratelli, anche se era la più piccola. Poi, crescendo, guarì, e allora cominciò a lavorare. Diventata vedova, dedicò il resto della sua vita a me. E non si volle mai risposare, nonostante fosse una gran bella donna (dice mentre mostra la foto in bianco e nero della donna): la sua unica preoccupazione era lavorare per tirare avanti il suo figliolo. Quando dal fronte ci dissero che mio padre era disperso, da sfollati ci trasferimmo con i nonni e lo zio paterno a Lustignano, nel Volterrano, e poi nel 1945 venimmo a Livorno: è stata la povertà che ci ha spinto a venire in città. All’inizio ci sistemarono in quello che all’epoca veniva chiamato il ghetto ebreo, vicino alla sinagoga. Lei andava a fare servizio in casa di famiglie ebree: era molto ben voluta, e anche io. Noi ci volevamo un gran bene. Io sono sempre stato attaccatissimo a mia madre. Abbiamo avuto un rapporto bellissimo: lei per me ha rappresentato un esempio lucido, bello e sereno di donna di fede. Ogni giorno andava alla Messa e recitava il rosario. Poi, la sera pregavamo insieme. Anche per questo fu molto contenta quando entrai in seminario a Livorno, a 11 anni. Fu don Teodoro Biondi ad aiutarmi a inserirmi in cattedrale».
Come è cambiata la sua vita dopo la vocazione?
«La mia è stata una vocazione spirituale, fatta di adorazione eucaristica. È Gesù che ti spinge, che ti guida e che ti porta a fare carità, altrimenti agisci per te, per vana gloria. E non è questo lo spirito cristiano. Io e i miei parrocchiani nella nostra missione siamo guidati dal Padre».
Qual è, in base alla lunga esperienza, il rapporto dei livornesi con la religione?
«Da appena arrivato, notai subito una grandissima devozione dei livornesi alla Madonna di Montenero. Non posso dimenticare nel 1948 la grande e partecipatissima Peregrinatio Mariae: la statua della Madonna fece il giro di tutte le chiese, a partire da Santa Maria del Soccorso. Quello livornese è un popolo libero, religiosamente anarchico, ma ha un cuore d’oro. Quando c’è bisogno, non si tira mai indietro: è il cane che abbaia ma non morde».
Il punto forte della sua esperienza religiosa in città è la missione caritatevole che porta avanti da anni. Quanti poveri ci sono a Livorno? E come è cambiata la città da questo punto di vista?
«Quando sono arrivato qui c’era tanta miseria e intorno c’erano solo macerie. Poi, da fine anni Quaranta è iniziato un boom notevole che, con alti e bassi, è andato avanti fino a 5 anni fa, quando è scoppiata la crisi. Qui in Coteto sono parroco dal 1984 e quindi ho vissuto 30 anni a contatto con il quartiere. Prima avevo girato vari posti: appena arrivato per 12 anni, ero stato cappellano a San Matteo con don Renato Roberti; poi, per un anno, avevo svolto il compito di cappellano maggiore alla Misericordia e infine, avevo fatto la gavetta in campagna per sette anni come parroco al Gabbro. Sono stati anni belli. Le cose si sono complicate negli ultimi anni trascorsi qui in Coteto. I bisognosi sono aumentati anche nella mia parrocchia: attualmente aiutiamo dieci famiglie livornesi in difficoltà. Gente che ha perso il lavoro, che ha il mutuo da pagare, che ha figli e che non arriva a fine mese. Per questo scopo, da tre anni abbiamo costituito un fondo e siamo riusciti a raccogliere 22mila euro che abbiamo destinato loro. Il tutto in forma anonima perché la carità non ha nomi. Abbiamo poi altri due fondi: uno per le missioni nei Paesi difficili dell’Africa e non solo. Ora stiamo aiutando i bimbi palestinesi a Betlemme. L’altro, invece, è il fondo destinato ai 3mila bisognosi della città, quelli per cui organizziamo ogni sera la ronda della carità. Con un pulmino carico di cibo e vestiti giriamo, facendo tre tappe: piazza Damiano Chiesa, stazione e Luogo Pio. Aiutiamo tutti, al di là della religione e di qualsiasi altra caratteristica. Ci sono 70 famiglie livornesi, non solo miei parrocchiani ma anche gente di santa Maria del Soccorso e di altre chiese, che preparano la cena. E poi abbiamo dei locali dove raccogliamo i vestiti: roba buona, pulita, che dividiamo per genere e taglia. La sede dell’associazione l’abbiamo chiamata Casa del sorriso perché, come diceva Cottolengo, i poveri sono Gesù, e vanno avvicinati con il cuore aperto».
Fare la carità vuol dire essere a contatto con un mondo difficile. Tra i bisognosi che servite c’è chi se ne approfitta?
«Episodi spiacevoli ci sono stati: io stesso sono stato aggredito quattro volte. Ma non ci facciamo caso: la povertà fa brutti scherzi e può spingere a commettere azioni che altrimenti non si farebbero. Un popolo affamato fa la rivoluzione, come cantava la Pavone».
Cosa vuol dire fare il prete oggi?
«Significa prendersi delle responsabilità. Io non ho mai cercato niente, ma solo felice perché la Diocesi, e il vescovo Simone Giusti in particolare, mi hanno sempre dato fiducia. Tre giorni fa sono stato nominato direttore dell’Ufficio liturgico diocesano».
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