Gioco
I riflettori accesi sulla nostra città
Ieri, alla presentazione romana del mio libro, c’erano un po’ di amici giornalisti. Nel complesso, un campione significativo degli organi di informazione, per tipologia e orientamento.
Uno del Corriere, uno di Repubblica, uno de Il Foglio, un paio di testate televisive, una di un magazine patinato e qualche blogger. Dopo i saluti, mi hanno fatto tutti la stessa domanda: "Ma allora che succede a Livorno?". Naturalmente, non è tanto importante che cosa possa aver risposto io, né a chi. Importante era piuttosto la domanda stessa, il fatto che me la facessero tutti. E che poi, dopo aver parlato di come erano andate le elezioni, tutti, ma proprio tutti, si mettessero a chiedermi anche di questa cosa di Civati. Naturalmente, ciascuno a seconda della sua sensibilità politica, con gradazioni che andavano quindi da "Beh, interessante anche questa cosa di Civati, no?", fino a "Ecco, vi ci mancava solo Civati a rompere i c…". E anche qui, non è tanto importante cosa dicessi io di questa cosa di Civati, quanto il fatto che me ne parlassero tutti. In altre parole, voglio dire, la sensazione era che si fossero accesi i riflettori su Livorno, come se Livorno fosse diventata all’improvviso non solo una città, ma una parola chiave negli assetti della politica nazionale e, più in generale, il vero crocevia di idee che segneranno il futuro della Nazione. E allora mi sono messo a pensare che forse sarebbe un bene se anche il successore di Berlusconi (già, ma chi è?) venisse a Livorno a rifondare il centrodestra. Se venisse anche Passera a fare il congresso di questo nuovo movimento che ha fondato. E dopo il Dalai Lama, venisse anche il Papa in visita, magari per annunciare una qualche epocale apertura della Chiesa su qualche tema etico scottante. E venissero pure gli Alpini, a fare un raduno diverso, per una volta lontani dalla montagna, finalmente al mare. O anche il gay pride. Insomma, dicevo, la sensazione è che si siano accesi i riflettori sulla città, che ci sia interesse per quel che succede qui. Dovremmo allora fare in modo che non si spengano più, che il nome della città resti in questo circolo di attenzione. Io, nel mio piccolo, ho cercato di alimentare come potevo questo interesse. Con mezze frasi che lasciavano intendere chissà cosa, con ammiccamenti a chissà quali rivoluzioni in atto, millantando persino certe rivelazioni fattemi da non posso dire chi. Insomma, con ogni possibile artificio retorico, ho cercato di spargere la notizia. Quale notizia, di preciso, non lo so neanche io. Quel che so è che di Livorno è bene che se ne parli. Bene, male, non importa. Quel che so è che bisogna che impariamo a raccontarla. E anche un po’ a raccontarcela. E poi vedrete che fra qualche anno tutti i romani che adesso comprano casa a Piazza Vittorio perché ci sta anche Sorrentino, e tutti i Milanesi che dai Navigli si sono spostati all’Isola, cominceranno a pensare che se non mastichi un po’ di livornese allora non sei nessuno. E se poi non andrà proprio così, intanto è divertente pensarlo.
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