Il Tirreno

Livorno

«Non sono un truffatore, ero il tuttofare dei vigili»

di Federico Lazzotti
«Non sono un truffatore, ero il tuttofare dei vigili»

Fabio Dominici, 58 anni, parla per la prima volta a un anno dall’arresto «Mi chiamavano anche la notte per cambiare le serrature e riparare le cose»

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LIVORNO. Truffatore e tuttofare suonano simili, ma dentro a questa assonanza, soprattutto se si parla di legge, c’è molto più di una lettera di differenza.

Fabio Domenici, 58 anni, vigile urbano ancora sospeso dal servizio dopo l’arresto avvenuto nel giugno scorso, lo sa bene quando decide di parlare dopo essere rimasto in silenzio per un anno e un’udienza.

Lo fa davanti ai suoi avvocati, a pochi metri dall’uscita del tribunale dove si è appena conclusa la prima udienza del processo nel quale è imputato perché dopo un esposto anonimo arrivato in Procura nel marzo 2013, è stata aperta un’inchiesta in virtù della quale l’agente è stato pedinato per mesi nell’orario di lavoro.

«Invece di esercitare la sua attività di pubblico servizio - è la conclusione a cui sono arrivati pubblico ministero e giudice che ha dato l’ok alla misura cautelate - svolgeva le commissioni per l’attività privata della figlia, proprietaria di un negozio di ferramenta in via del Larderel».

«Altro che truffatore - si difende tenendo in mano una cartellina trasparente dove ha risposto gli appunti - io per 30 anni dentro al comando della polizia municipale ho fatto il tuttofare: mi occupavo di quei piccoli lavoretti che c’erano da fare. Tutti lo sapevano, anche i vertici del Corpo. E andava bene a tutti perché così nessuno tirava fuori un euro».

Dominici ricorda di aver tolto la fuliggine dalle pareti della circoscrizione dopo un incendio e di aver imbiancato, cambiato le serrature di diversi uffici e una volta di essere stato chiamato in piena notte dalla centrale operativa perché qualche burlone aveva spruzzato del silicone nel quadro di un’auto dei vigili rendendo impossibile mettere in moto la macchina.

«Nel periodo in cui sono stato pedinato - va avanti - mi stavo occupando di rimettere a posto la barca dei vigili urbani. Lei lo sa in che condizioni è quell’imbarcazione? La vada a vedere, così si rende conto di come sono messe passerella, tendalino e anche la bitta alla quale è ormeggiata. Tutti quelli spostamenti che avrei fatto durante l’orario di lavoro per fare gli affari miei, li ho compiuti per andare a cercare materiale che mi potesse servire per effettuare quelli interventi». Ma dalle carte processuali emergono visite in diverse ferramenta della città, alla sede del circolo ufficiali dell’Accademia Navale, e ancora all’interno di negozi di infissi, in un paio di cantieri edili, in una vetreria, al negozio della figlia e perfino in una casa in ristrutturazione di proprietà di un noto avvocato livornese.

«Posso dimostrare che tutti questi spostamenti sono stati fatti con l’obiettivo di trovare quel materiale che cercavo. Alcuni esempi? Alla ferramenta San Marco avevo un conto aperto: prendevo il materiale che mi serviva e poi la spese che effettuavo me le facevo rimborsare da Comando. Al circolo degli ufficiali in via San Jacopo in Acquaviva, invece, andavo perché ci lavora un mio caro e in quel periodo avevano risistemato la parte esterna costruendo nel giardino una struttura esterna in legno. Ecco andavo al circolo per vedere se quel materiale poteva essermi utile per costruire la passerella della barca. Stessa cosa accadeva alla vetreria».

Sempre dagli appostamenti effettuati durante le indagini sono emersi due aspetti che hanno creato più di un sospetto negli inquirenti: il fatto che l’agente prima di entrare nei negozi indossasse sempre un giacchetto per coprire la divisa d’ordinanza e che girasse sempre con una cassetta degli attrezzi nel portabagagli dell’auto.

«Il giacchetto lo indossavo perché non puoi andare nei negozi in divisa anche se vai a fare commissioni per il comando, mentre la cassetta degli attrezzi la tenevo sempre perché negli anni sono stato chiamato a risolvere problemi alle ore più strane del giorno e della notte».

Eppure nell’ultima scheda di valutazione che è stata fatta a Dominici, il suo diretto superiore ha scritto di un peggioramento del livello di produttività. «Ero in pari con le mansioni che dovevo svolgere e lo dimostrerò. Tutti sapevano che cosa facevo. Se dovessi fare un bilancio di quello che ho dato al corpo dei vigili urbani e quello che ho ricevuto indietro sarei senz’altro in credito. Anche quando mi hanno detto che era stato presentato un esposto contro di me ero tranquillo perché tutti sapevano ed erano d’accordo». Poi però è bastata una lettera e più di un’assonanza per trasformare un tuttofare in un truffatore.

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