Marco Bertini lascia il Goldoni
A fine mese si dimette - come aveva annunciato da mesi - dalla direzione della Fondazione
LIVORNO. Tra pochi giorni Marco Bertini, prima presidente e ora direttore del Goldoni, chiuderà alle sue spalle la porta dell'ufficio e sarà per l'ultima volta.
La lettera con cui si dimette dall'incarico è sul tavolo dei vertici della Fondazione già da settimane ed era stata annunciata mesi fa al vecchio sindaco Cosimi così come agli aspiranti Nogarin e Ruggeri e ai numerosi esponenti politici che avevano bussato alla porta del teatro durante la lunga campagna elettorale. A tutti Marco Bertini aveva ripetuto la scelta di lasciare quel ruolo, conscio che dieci anni sono uno spazio ampio per dar prova delle proprie capacità ma anche per consumare energie. Insomma, una fase si era chiusa e lui lo ha detto per primo. Per questo confida di provare amarezza quando si sente definire un “dimissionato” sull'altare del rinnovamento della politica, finendo nel grande calderone degli uomini di rottamare perché “compromessi con l'ancien régime”, lui che quella stagione politica l'ha attraversata tutta senza mai rinnegare l' appartenenza al partito socialista, anche quando non fu facile dichiararlo con orgoglio. Amministratori e responsabili del Goldoni conoscevano bene quella decisione ed ora non può che rattristarlo – fa sapere - il tentativo di esporre la sua testa come fosse un trofeo da ghigliottina.
Marco Bertini è stato fedele socialista in politica ma uomo di teatro aperto a tutti i fermenti che permettessero di sollevare il sipario bordeaux cercando l'anima del pubblico. Così si spiegano le scelte di lungo respiro compiute su Pasolini e Mascagni, le radici livornesissime della Compagnia Mayor Von Frinzus o quella Degli Onesti (solo per citarne alcune) , gli spazi al Teatro Sacro, La Bohème come Ligabue, Brecht e il labronico Marco Conte.
In dieci anni si sono seduti in platea o nei palchi mezzo milione di spettatori, 59mila per la sola lirica e 124mila per la prosa.
Nel gennaio del 2004 Carlo Azeglio Ciampi tagliò il nastro del Teatro Goldoni rinato. Da allora le luci di scena si sono spente solo quando finiva lo spettacolo ma mai per mancanza di rappresentazione. Il Goldoni ha rappresentato la principale piazza della cultura cittadina, la più grande, la più affollata.
Nelle parole pronunciate a mezza voce e nei programmi dei maggiori partiti e movimenti che hanno animato l'ultima campagna elettorale, non ci sono stati elogi per questo lavoro. Eppure, mentre in altre città i teatri si ammutolivano o dimezzavano i cartelloni, il Goldoni ha mantenuto intatta la propria operatività. E mentre altrove, proprio in queste ore, i direttori artistici e quelli amministrativi consegnano ai cittadini bilanci in profondo rosso, Livorno riceve una struttura sana e con i conti in ordine: un leggero attivo - meno di duemila euro - segnala che i futuri amministratori non dovranno finalizzare le proprie energie in complicate operazioni di risanamento finanziario che – anche in vicine città toscane – paralizzano le attività culturali. Nessuno gli rende merito di ciò. Si dirà che ha fatto solo il proprio dovere e, forse, è nella natura di questi tempi che così avvenga. Però aver fidelizzato un grande pubblico per dieci anni nella città dove la crisi economica è tra le più profonde d' Italia, è un risultato innegabile e meriterebbe, almeno, una po’ di meraviglia.
Contestate - mai troppo in pubblico - le scelte artistiche e le strategie culturali del Goldoni, i detrattori di Marco Bertini sono rimasti balbettanti sui suoi compensi perché è mancata materia di polemica. Quando fu nominato direttore generale del Teatro ne ha preso l’indennità autoriducendola - senza farne troppi proclami - del 10% e assumendo su di sé - gratuitamente - anche le funzioni ricoperte dal direttore amministrativo, posizione scomparsa dalla pianta organica dopo il pensionamento del predecessore. Innegabile risparmio per le casse pubbliche sempre più avare verso la Fondazione.
A chi gli contesta di aver gestito la struttura come un circolo chiuso , Bertini replica con la forza pacata dei numeri. I docenti della fondazione nei vari laboratori sono stati oltre 150, oltre 34mila studenti con i loro insegnanti hanno fatto teatro in queste sale, partnership con decine di associazioni cittadine, altre decine le scuole di danza che hanno calcato la scene e l’elenco potrebbe continuare. «Di fronte a un tale ventaglio di offerte e partecipazione - ha ripetuto tante volte Bertini - è davvero insostenibile la rappresentazione di un teatro chiuso in se stesso, al servizio di piccole e grandi combriccole».
Lunedì 30 giugno, Marco Bertini se ne va con due frasi. La prima è una dichiarazione d'amore: “Il teatro è la vita”. La seconda un passaggio di testimone manageriale: «Le risorse investite nel teatro sono un investimento per l'oggi e per il futuro, non un costo magari superfluo».
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