Gioco
Quel padiglione ristrutturato ma rimasto chiuso
Da mesi un contenzioso blocca il trasferimento del 5O al 2O E un’ala nuovissima del 3O da due anni è inutilizzata
LIVORNO. C’è un reparto nuovo di zecca, pronto da quasi un anno, camere, letti, infissi, pareti, tetto, scale, solai, ascensori. Le porte però sono chiuse, sigillate. Tutto intorno erbacce. E’ il secondo padiglione: lì doveva, dovrebbe, dovrà prima o poi trasferirsi il quinto padiglione, il più affollato e sofferente reparto dell’ospedale di viale Alfieri. Il trasloco era previsto per la fine dell’anno scorso ma un contenzioso con la ditta Inso, società del colosso Ferfina che ha curato la ristrutturazione, ha fermato tutto.
«Ma è mai possibile che un contenzioso, di qualunque portata economica sia, possa bloccare un’operazione che riguarda giorno dopo giorno migliaia di cittadini ammalati, costretti al ricovero in un padiglione allo stremo, malmesso, quando a 50 metri di distanza ce n’è uno già pronto per ospitarli?», si chiede Daniela Boem del Fials, mentre guida in un tour in viale Alfieri i sette consiglieri comunali che hanno accettato l’invito del sindacato.
Il viaggio riapre chiaramente la partita dell’ospedale nuovo: farlo o non farlo? «E’ un progetto da abbandonare - dice senza mezzi termini la Boem - in quanto mai condiviso, in quanto legato alla finanza di progetto con conseguente indebitamento dell’Asl e l’alienazione aleatoria dei suoi beni immobili, in quanto prevede il modello per intensità di cure che porterà un ulteriore ridimensionamento di posti letto a 440».
Il Fials chiede invece che si torni a investire sull’attuale ospedale «dove si è già speso per ristrutturare e dove ci sono strutture nuove inspiegabilmente chiuse». Il paradosso in effetti, girando per i lunghi, infiniti corridoi dell’ospedale, è forte, il confronto stridente. E’ difficile spiegare ad un cittadino perché il 2° padiglione nuovo è vuoto e sprangato, mentre il 5° affollatissimo e cade a pezzi, senz’aria condizionata al primo piano dove c’è una terapia subintensiva, con un’impressionante crepa su una parete al secondo piano proprio sopra il letto di un degente.
E’ difficile anche spiegare perché proprio di fronte al 2°, ci sia un’ala del 3° padiglione, completamente rinnovato anch’esso, vuota, inutilizzata. La porta in questo caso è aperta e allora si riesce ad entrare e si possono ben vedere i nuovi pavimenti in linoleum color ocra, gli infissi intonsi, i bagni perfetti. C’è anche un’antenna per il wi-fi attaccata a una parete e quattro grandi porte tagliafuoco che danno accesso ad altrettante camere con 16 letti totali. «Quando il padiglione fu sistemato, quest’ala ospitava la cosiddetta “week surgery” di ortopedia. Venne chiuso due estati fa e non è mai stato riaperto - racconta Boem -. Però oggi serve un anno d’attesa per un intervento ad un ginocchio: vi sembra accettabile?».
Mentre i consiglieri guardano e prendono appunti, nell’ala nuova e deserta del 3° terreno un addetto trova per caso un lavapadelle. «E pensare che a psichiatria non c’è e devono lavarle a mano e che al pronto soccorso dell’Elba ne stiamo chiedendo uno da mesi - sospira Boem -. E’ il sistema che non funziona, purtroppo...».
Il tour prosegue e i sette consiglieri comunali continuano a non credere ai loro occhi quando il gruppo si ferma davanti all’ex convitto, che occupa due terzi del poliambulatorio, al di là del muro della morgue. Anche per quei due terzi di edificio bisogna usare i soliti inflazionati aggettivi: chiusi, inutilizzati. Altre migliaia di metri quadri persi. Eppure la struttura che ha ospitato negli anni le suore e la scuola infermieri è ben messa e sarebbe utilizzabile anche domani. «C’era un progetto alcuni anni fa che prevedeva che in questo edificio venissero collocati tutti gli ambulatori - spiega Boem -. E invece sono sparsi, qua e là, disorientando i cittadini e creando disorganizzazione». Davanti all’ex convitto l’ultima perla: è il 7° padiglione, che ospita al primo piano gli ambulatori della libera professione e al secondo piano la riabilitazione. «Peccato però che per arrivare al secondo piano sia necessario scendere nel sotterraneo per prendere l’ascensore. E che la rampa per raggiungere l’ascensore abbia una pendenza decisamente azzardata», commenta Boem. «Senza considerare che un qualunque guasto all’ascensore può bloccare l’attività di tutto il reparto». Eppure anche qui una soluzione ci sarebbe: il pian terreno dello stesso 7°, che un tempo ospitava pediatria e che adesso è vuoto. «Più volte abbiamo chiesto il trasferimento ma ci è stato detto no», sospira Boem.
Giulio Corsi
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