Gioco
«Quel motoscafo ci ha centrati. Siamo rovinati»
Il naufragio di Cecina: il racconto choc di uno dei pescatori superstiti che erano a bordo del San Procolo
LIVORNO. «Abbiamo la scena davanti agli occhi. C’era tanta nebbia... il rumore del motore, poi il botto. Noi siamo vivi solo grazie all’esperienza. Sono passati venti secondi, non di più, da quando abbiamo sentito il motoscafo avvicinarsi a quando ci ha colpito. Appena ho realizzato cosa stava per succedere, in 4-5 secondi io, che ero al timone, ho girato la barca per non farci colpire a prua. E così il colpo l’abbiamo preso a poppa. Se non avessi avuto i riflessi pronti, ora non sarei qui a raccontare. Saremmo tutti morti».
Ciro Frasca è sconvolto. E lo sono anche suo fratello Stefano, suo padre Vincenzo e Samir, il marinaio tunisino che era con loro. La mattina di giovedì erano tutti a bordo del peschereccio San Procolo, a 5 miglia dalla costa e due e mezzo dalle Secche di Vada. Una barca storica, che oggi non c’è più: è affondata a 42 metri, dopo la collisione con un motoscafo, del tipo Boston Whaler, partito da Cecina e diretto in Corsica per una battuta di pesca. A bordo c’erano 5 persone tra cui un bambino di 11 anni. E una barca che dava da mangiare a tre famiglie, che vivono solo di pesca, e che oggi non sanno come andare avanti.
«Questo incidente ci ha messo in ginocchio - dice Ciro con un fil di voce - Io ho due figli, mio fratello ne ha tre, di cui una coppia di gemelli, e Samir ne ha uno: ci hanno tolto il pane di bocca. Ora come faremo ad andare avanti? La San Procolo per noi era tutto: era stata varata il 7 ottobre del 1995 qui a Livorno, fatta a Calambrone da Girolamo, che ora non c’è più. E da allora era sempre stata il nostro punto di riferimento».
Ma cosa è successo esattamente l’altra mattina?
È Ciro Frasca a ripercorrere quegli attimi tremendi. «Stefano era a metà barca, io al timone e accanto a me c’era mio padre. Il marinaio invece era in saletta a fare un caffè. Erano le 5.25. Alle 5.30 si doveva cominciare a tirare su le reti, operazione che non avevamo ancora iniziato. Le condizioni meteo erano davvero terribili. Nebbia fittissima, non si vedeva quasi nulla: il raggio di visibilità sarà stato al massimo di venti metri. E per questo alle 5 avevamo spento il motore: “Se si avvicina una nave almeno la sentiamo”, ci eravamo detti. E come misura di sicurezza avevamo anche evitato di buttare l’ancora, per non essere legati e in modo da lasciare la barca a corrente, che era di terra. Noi eravamo con la prua verso Cecina». In quella situazione di precarietà, a un tratto Ciro e i suoi sentono il rombo di un motore. «È stato un missile - dice il pescatore, con la morte ancora negli occhi - Mi sono girato e ho chiesto a mio padre: “Lo senti questo rumore?”. Ci siamo guardati per un istante e ci siamo capiti al volo. Io, allora, non ho indugiato oltre: ho messo in moto, ho suonato la tromba, ho spinto in avanti a tutta carica. In 4-5 secondi il motoscafo è sbucato dalla nebbia e boom. Un botto fortissimo... Ci è montato sopra dalla poppa: è per quello che la nostra San Procolo è affondata, perché era sotto al peso dell’altra imbarcazione (12 tonnellate), non per la falla. Se avessi buttato l’ancora, la barca si sarebbe girata al contrario e loro ci sarebbero venuti addosso a prua. Saremmo morti tutti, non ci posso pensare».
Ciro Frasca pone l’accento sulla rapidità con cui tutto è accaduto: «Io non so a che velocità andassero loro sul motoscafo, ma ho calcolato che dovevano procedere a 25-30 nodi, altrimenti è impossibile che siano sbucati così a razzo. E non escludo che avessero messo il pilota automatico. Loro stessi hanno poi ammesso di aver sbagliato».
Dopo la collisione, minuti di panico. «Per prima cosa io e mio fratello abbiamo messo in salvo nostro padre Vincenzo - racconta il pescatore - Samir intanto dava l’allarme. Poi siamo finiti in acqua. Ci hao ripescato l’equipaggio dell’altra barca. Ma prima abbiamo recuperato i documenti. Ho perso invece tutto il resto: gioielli, cellulari e così via. Il minimo, rispetto alla San Procolo. Mentre eravamo a bordo del motoscafo, l’abbiamo vista affondare a poco a poco. Ci ha messo 40-50 minuti». Che pena. Il lavoro di una vita, della vita.
E ora cosa accadrà? «Siamo disperati - dice Ciro - Non abbiamo più lavoro, siamo tre famiglie, quattro se consideriamo anche mio padre, che è il più sconvolto di tutti. Lui ha avuto un brutto male e sono 3-4 anni che non naviga più quotidianamente. Ma continua comunque a venire con noi per prendere aria: il mare è la sua vita. Io mi auguro che attraverso l’assicurazione si possa recuperare qualcosa. E che le indagini facciano chiarezza. Noi eravamo in regola su tutto. Ci trovavamo a 5 e non sette miglia dalla costa. Il nostro marinaio è ufficialmente assunto e tutte le nostre carte sono perfette. Siamo del mestiere da sempre. Io sono nato sulle barche e non potrei fare altro. Spero tanto che il vento, da ora, spiri dalla nostra parte...».
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