Il Tirreno

Livorno

La crisi più nera mette i soldi in banca

La crisi più nera mette i soldi in banca

Crescono i depositi eppure gli indicatori segnalano tempesta. Tranne l’occupazione: segno che l’uragano deve ancora arrivare

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LIVORNO. Su un piatto della bilancia c’è la fotografia dell’andamento dei depositi in banca, forse mai così floridi: più 4,9% per le famiglie rispetto a dodici mesi fa, addirittura più 15% per le imprese. Come dire: se il declino choc c’è non riguarda i soldi. Che ci sono: eccome, se ci sono. Solo che sono parcheggiati in attesa di qualcosa che non arriva. Lo dice anche il fatto che noi livornesi, inguaribili “cicale” spendaccione, vediamo calare i prestiti lordi delle banche (meno 0,7% le famiglie, meno 2,8% le imprese).

Questo è solo un pizzicotto dei dati che sono finiti sotto la lente nel dossier sullo stato di salute della nostra economia presentato ieri in Camera di Commercio da Federico Doretti a nome del Centro studi ricerche Cciaa.

Ne abbiamo già parlato su queste colonne. Dipende anche dal fatto che i risparmiatori sono costretti a preferire forme di liquidità pronto uso perché sono stati scottati sia dalla Borsa sia dal mattone come bene rifugio: basti pensare alla difficoltà di trasformare in moneta sonante le proprietà immobiliari, sempre più difficili da vendere e a prezzi sempre più bassi.

E sull’altro piatto della bilancia? Ecco la grandinata dei numeri della crisi.

Ad esempio, nelle vendite commerciali al dettaglio: meno 6,0% nell’ultimo trimestre dello scorso anno, il ventiseiesimo di fila con il segno “meno” (peggio dello standard del resto della Toscana dopo che negli ultimi 12 mesi ce l’eravamo cavata meglio).

Ad esempio, sul fronte dell’industria: nel giro di un anno il fatturato è calato del 7,1%, il grado di utilizzo degli impianti resta sotto il 69%. Ad esempio, nella trincea dell’artigianato manifatturiero: nel 2013 il giro d’affari è aumentato solo nel 5,1% delle ditte artigiane, meno della metà di quanto accaduto nel resto della Toscana.

Ad esempio, nel raggio d’azione di queste piccole realtà artigiane: il mercato resta entro i confini provinciali nel 79,1% (56,3% il dato medio toscano) e mette il naso all’estero in meno del 2% dei casi (cinque volte meno dello standard regionale).

Ad esempio, nel cambiamento di pelle delle ditte commerciali: i negozi calano complessivamente dell’1,4% (ma con una crescita boom di quanti alzano la saracinesca per la prima volta: più 30,8% rispetto a 12 mesi prima), mentre ambulanti e vendite on-line aumentano del 2,5% (soprattutto perché le cessazioni sono diminuite del 16% e passa).

Ad esempio, nel terremoto che sta travolgendo l’agricoltura: in picchiata negli ultimi 13 anni il numero delle ditte (meno 19%).

Al tempo stesso, però, in mezzo a tanti indicatori che segnalano tempesta, c’è – al di là dei dati sui soldi in banca – qualche sorpresina. Per dirne una: è vero che le imprese artigiane diminuiscono di un punto percentuale: ma è meno della metà del resto della Toscana.

Merita attenzione anche il fatto – sottolineato anche da Doretti nella presentazione – che c’è un irrobustimento della formula societaria delle imprese: a paragone di dodici mesi fa calano le ditte individuali (meno 0,8%) e aumentano le società di capitali (più 2,9%). Diminuisce la forma società più esile (e diffusa), cresce quella più strutturata: e in entrambi i casi stiamo parlando del migliore e del peggior risultato dello scorso anno (ma anche, sempre su anbedue i fronti, dei rispettivi picchi in tutto il periodo di questa infinita crisi nata dopo il patatrac Usa di subprime e Lehman.

Ma l’attenzione è soprattutto il segno “più” sull’occupazione, benché solo per poche briciole di punto. Resta da capire se valga l’impressione di primo acchito: un sospiro di sollievo in nome della capacità di tenuta di un arcipelago di piccoli imprenditori che ce la mettono tutta per non arrendersi, anche quando le ragioni dell’economia direbbero il contrario. C’è però anche un’altra possibile lettura che vale come un campanellone d’allarme per quel che potremmo trovare dietro l’angolo: insomma, gli effetti della seconda fase della crisi non li abbiamo visti ancora del tutto in termini di morìa dei posti di lavoro. Vorrebbe dire che abbiamo finora visto un nubifragio: l’uragano deve ancora venire.

Mauro Zucchelli

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