Gioco
I segreti del Friuli trapiantati in Lunigiana
Durante il servizio di leva ha messo a frutto la passione per i vitigni: poteva diventare un pilota, ha preferito il trattore
di ANTONIO VALENTINI
Nessuno potrà dire che Ivan Giuliani, 41 anni, è un conformista, né uno a cui piacciono le scorciatoie. Poteva divenire un pilota militare e ci ha rinunciato per fare l’agricoltore. Avrebbe potuto omologarsi al gusto internazionale, alimentato da merlot cabernet e manseng, ma ha preferito rischiare con i vitigni autoctoni. Infine avrebbe avuto l’opportunità di mettersi a fare vino altrove, ma ha scelto Fosdinovo in Lunigiana, luogo bellissimo quanto difficile da raggiungere, dove anche l’agricoltura diventa estrema. Parla dal Podere Terenzuola, uno dei suoi due centri produttivi assieme a quello di Rio Maggiore, nelle Cinque Terre.
. Signor Giuliani, mi spiega questa cosa singolare: lei ha imparato a fare il vino durante il servizio militare. Come è stato possibile?
«Ho intuito che dalla passione poteva nascere un mestiere. Venivo dall'accademia aeronautica, mi ero concesso una sorta di sabbatico. Fui richiamato a fare il militare, senza capirne il perché, e passai un anno tra i colli orientali del Friuli, dove si producono grandi vini. Fu un periodo didattico. Conobbi persone che sarebbero diventate grandi produttori, come Alvaro Pecoraro e Gianfranco Gallo. Poi si sa, da cosa nasce cosa...»
Ottima premessa, però da sola non basta a spiegare la sua folgorazione sulla via del vino.
«L'attaccamento alla terra ha avuto un ruolo fondamentale. La zona dei Colli di Luni sta emergendo e ha somiglianze con la zona orientale friulana. Alcuni vitigni si comportano in maniera molto simile».
Faccia un esempio.
«Posso farne diversi. Il vermentino nero assomiglia al pinot nero. Il bosco, con quel tannino nella buccia, ricorda la ribolla. Tutto questo ha prodotto anche delle intuizioni che negli anni sono state utili a vinificare, tipo quella del bosco nelle Cinque Terre».
A Fosdinovo si fa quasi viticoltura di frontiera. Come le è venuto in mente d’insediarvisi?
«Fino a 21 anni sono vissuto a Stresa, sul Lago Maggiore. Questa era la casa dalla quale, dopo la guerra, tutti i miei parenti erano fuggiti per cercare fortuna altrove e dimenticare i cannicci dove si mettevano le castagne per fare la farina, l’alimento fondamentale. Periodi cupi. Quando io compii 21 anni, uno zio si sentì male. E io, che sono figlio e nipote unico, venni qui. Fu il periodo sabbatico di cui le parlavo prima, in un’aziendina impostata sulla semplice sussistenza: si faceva il miele, c'erano i capi di bestiame, un po’ d’olio e anche il vino, che ovviamente non era imbottigliato. Furono anni vissuti all’insegna della promiscuità e della multifunzionalità, per cui la vera sfida ha coinciso con la specializzazione. Ora gli ettari, che erano tre, sono diventati venti...».
È vero che lei si ispira anche ai fiori?
«(sorriso) L’intuizione è legata alla radice della ginestra, che va sempre a cercare suoli rocciosi e friabili. Per questo non abbiamo accorpato all’azienda originaria i terreni confinanti ma abbiamo cercato zone nuove. Sono venuti fuori marne, ciotoli di cui c’è traccia nei nostri vini. E poi devo dire che la necessità di recuperare i vecchi vigneti abbandonati mi ha consentito di valorizzare varietà dimenticate».
Lei va contro la tendenza, i mercati ricchi privilegiano i vini omologati e muscolari. Il recupero varietale di cui parla conduce però a vini eleganti e meno “fruttoni”.
«Secondo me il viticoltore dovrebbe essere il custode del territorio, invadere al minimo la campagna e in pari misura intervenire in cantina: questi territori privilegiano i vini più fini e io ho voluto evitare di accoppiare una scarpa con uno zoccolo. Sono stato un pazzoide, lo ammetto, perché quando tutti, a fine anni ’90 del secolo scorso, piantavano merlot e chardonnay, io interravo la merla. E mentre tutti offrivano vini iper-alcolici e poco acidi, io andavo con la mia bottiglietta di vermentino fresco. Il nostro boom è iniziato con la crisi: incrementi del 20-25% annui nelle vendite e nuovi impianti per supportarle».
Questo come lo spiega?
«Non saprei, a lungo si è passati da un estremo all’altro. Forse ora abbiamo raggiunto il punto di equilibrio che noi abbiamo in casa, dove la densità dei vigneti è uguale a quella di fine ’800».
Oltre alla merla e al vermentino quali varietà autoctone ha recuperato?
«Adesso lavoriamo con due cantine. A Rio Maggiore, zona doc Cinque Terre, privilegiamo il vermentino, l’albarola e il bosco. Qui a Fosdinovo, in zona Colli di Luni, puntiamo sul vermentino classico e siamo agganciati alla Igt Toscana: vermentino nero, pollera e merla. Niente sangiovese, è ovvio, vista la posizione».
A quale delle sue bottiglie è sentimentalmente più legato?
«Di sicuro al vermentino Fosso di Corsano e alla Merla della Miniera. Il Fosso è un po' la quintessenza di quello che si vorrebbe dal vermentino, destinato a sopravvivere anche quando la stagione turistica è finita. La Merla ha invece rappresentato un salto nel buio: mettersi a fare rossi in una zona di bianchi, quando i bolgheresi già correvano...».
I prezzi del vino sono impazziti. Lei, con i suoi listini bassi, come fa a starci dentro?
«Cerco di rientrarci. Noi abbiamo il prezzo di costo di produzione uguale agli amici di Bolgheri dove i vigneti sono gestiti nel solito modo. Vendiamo per un terzo all'estero, per un terzo "sotto casa" cioè (da Levanto fino a Viareggio) e per l'ultimo terzo nelle zone franche italiane che sarebbero Milano e Roma».
Lei si definirebbe un produttore di nicchia?
«Si, siamo più artigiani che altro. Alla fine avremo non più di 25 ettari per 160-180mila bottiglie».
Ha mai avuto rimpianti, non è mai stato preso dal desiderio tornare indietro, nell'aeronautica militare?
«Mai. Tra di noi, scherzando, si dice che sono passato dal condurre l'aereo alla guida del trattore. Se l’avessi saputo avrei fatto anche qualche studio in merito. Mi definisco un super autodidatta: non c'è cosa migliore che trovare la propria verità».
È meglio stare alla guida di un trattore che di un aereo?
«Si, perché la quotidianità è splendida. In campagna il lavoro non si ripete mai: per una settimana fai una operazione colturale e poi ne riparli l'anno successivo, cercando di implementare quella che è stata la tua settimana di conoscenze a distanza. Così facendo ci si dà una mèta, l’asticella si alza e noi riusciamo a fare sempre meglio».
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