Italia
E Berlinguer qui rifondò il Pci
LIVORNO. C'era una volta Berlinguer a Livorno: lo racconta un bel libro di memorie – al plurale, qualcosa di più d'un amarcord – che, edito da Erasmo, il marchio dell'editore labronico Franco...
LIVORNO. C'era una volta Berlinguer a Livorno: lo racconta un bel libro di memorie – al plurale, qualcosa di più d'un amarcord – che, edito da Erasmo, il marchio dell'editore labronico Franco Ferrucci, viene presentato domani. Per un tiro mancino del destino, l'appuntamento arriva ad appena quattro giorni dal terremoto elettorale che ha chiuso con settant’anni di storia nel segno di un filo rosso di sinistra che, per quanto sbiadito, sbrindellato e malandato, era pur sempre un filo.
Nelle oltre 150 pagine del testo si mette l’accento su una serie di interventi ufficiali: ad esempio, nella primavera ’50 con la rinascita dei Giovani Comunisti nel bel mezzo di una città che sogna la ricostruzione; nel luglio ’71 con il comizio alla Rotonda mentre la democrazia è in bilico (è di pochi mesi prima il tentato golpe Borghese); nel febbraio ’79, il comizio al palasport subito dopo l’assassinio dell’operaio Pci Guido Rossa da parte delle Br.
Nel libro viene alzato il velo su un documento top secret del ’51 con un negoziato fra De Gasperi e la Casa Bianca per tagliare fuori i portuali comunisti dal porto di Livorno strategico per gli Usa. E giù anche una sfilza di aneddoti e “dietro le quinte”: come l’allarme per la “sparizione” di Berlinguer in barca a vela perché durante una vacanza all’Elba era stato sorpreso da una libecciata e costretto a riparare in una baia; come l’amicizia gastronomica con un cuoco livornese che lo serviva alla festa dell’Unità; come i militanti più fidatio che affiancavano il servizio della polizia quando arrivava qui da noi.
È una carrellata di storie e vicende, come quella che trovate nella pagina a fianco e che riguarda la vigilanza a protezione di Santiago Carrillo, leader dei comunisti spagnoli mentre a Madrid c’era ancora la dittatura di Francisco Franco.
Non valgono solo per quel che raccontano in sé ma anche per una certa idea della militanza forse fideistica, forse “sovieti- ca”, forse quasi chiesastica e tuttavia così differente dalle appartenenze deboli come il retweet di una battuta simpatica o il “mi piace” cliccato su Facebook. Disegnano una Italia – anzi, una Livorno – che non c’è più. Neanche là dove l’agiografia rossa vorrebbe ancora ostinarsi a raffigurarla.
Ma proprio l’episodio qui a fianco, quello relativo al racconto di Gigi Vanni, rimanda a un aspetto che per quasi quarant’anni è rimasto sotto traccia: più del documento top secret sul porto, più delle telefonate riservatissime che Carrillo riceveva da re Juan Carlos nella villetta di Tirrenia sorvegliata dai militanti Pci.
Il riferimento è a un’altra delle apparizioni di Berlinguer a Livorno: siamo nel ’75, è l’11 luglio, piazza della Repubblica è talmente piena che la folla è perfino nelle stradine laterali tutt’attorno alla piazza. Ma non è il quantitativo di folla a far passare valla storia quella giornata (forse ce n’era stata altrettanta durante la visita del Duce nel ’30 e forse se ne conterà qualcosa di simile per la messa di papa Wojtyla nel 1981): è il fatto che Berlinguer quel giorno tiene a battesimo la strategia dell’eurocomunismo, che per gli storici debutterà effettivamente solo un anno più tardi. È come se ci fosse stato un altro ’21, se così si può dire: solo che anziché rompere con i socialisti per andarsene al teatro San Marco, Berlinguer quel giorno riconnetterà l’elaborazione comunista al filone dell’europeismo.
Beninteso, da un punto di vista politico stiamo parlando del trapassato remoto: ma forse la memoria di quel giorno meriterebbe qualcosa di più. In passato ci aveva pensato l’istituto Gramsci (che custodisce i manoscritti di quei discorsi) e la rivista livornese Dimensioni a cura di Rocco Pompeo e Ornella Faracovi.
Adesso, ci pensa il libro di Mini e Nocchi con l’intervento di Mario Baglini a riportare sotto i riflettori la presenza a Livorno del leader comunista morto esattamente trent’anni fa a Padova, dove aveva voluto ostinatamente concludere il comizio con un testamento politico: quell’«andate casa per casa» che è rimasto nella memoria di una intera generazione di sinistra. Ma intanto la storia è andata altrove e ora la nostra città se n’è uscita a riveder le (Cinque) Stelle.
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