Sicurezza
Espugnata la roccaforte rossa
La rivincita grillina dopo la sberla di Renzi il 25 maggio: Livorno caso nazionale
LIVORNO. Habemus sindacum: è Filippo Nogarin, 44 anni da compiere nel giorno di san Mosè, il profeta che porta gli ebrei fuori dalla dominazione egiziana. E arrivato da fuori, come d’altronde il suo antagonista Marco Ruggeri: l’uno di Castiglioncello (e con militanza nel M5S rosignanese), l’altro di Vicarello.
L'ha spuntata su Ruggeri, candidato di una coalizione di centrosinistra, che nonostante avesse annunciato l'intenzione di fare tabula rasa di una sfilza di vertici non ce l'ha fatta a tenere Livorno nell’alveo d'una storia della sinistra lunga settant’anni.
Inutile dire che la nostra città è il caso nazionale di questo voto: per Grillo non esiste miglior emblema da sventolare che aver espugnato la roccaforte “rossa”. Quasi una rivincitina su Renzi dopo che il 25 maggio il M5S era rimasto al palo. E non è tutto: dopo Parma con Pizzarotti, ecco Livorno come emblema grillino. E ora si attendono gli inviati di Cnn o Le Monde, perché questa è la dimensione simbolica.
Del resto, nella geografia del consenso del centrosinistra un problema Livorno c’è, eccome: nell’altro duello Pd-M5S, quello di Modena, il centrosinistra sbriciola i pentastellati e a Cecina nella sfida fra i leader locali del Pd e di Forza Italia, Sanmele Lippi la spunta per appena 400 voti.
Giorgio Kutufà, il primo presidente cattolico d'una istituzione cittadina, potrebbe vantarsi d'aver sbagliato di un niente quando nel '95 aveva tirato fuori dal cappello, nel pieno della dissoluzione della Dc, quel che nel mondo democristiano era stato ribattezzato il «quarto segreto di Fatima»: Lamberti – diceva lui – l’ultimo sindaco "rosso". Vabbé, si è sbagliato d’un Cosimi. Ma appena l’avversario è arrivato fuori dallo schema della solita contrapposizione a sinistra, ecco che il Pd è stato costretto ad alzare bandiera bianca.
Il Pd si è suicidato presentandosi sostanzialmente da solo al giudizio degli elettori nel bel mezzo d’una crisi choc e al termine di una fase amministrativa senz’altro deludente. Da solo perché negli ultimi anni la giunta Cosimi era di fatto un monocolore Pd; da solo perché le quattro liste alleate non hanno portato che bricioline al mulino del centrosinistra (del resto, Idv, Sel e, in misura più soft, anche Confronto erano ancora all’opposizione a Palazzo civico mentre costruivano la nuova alleanza).
Una scelta geniale, per un partito che credeva in un Ruggeri vincente al 70% e che in vista del primo turno aveva pensato di trovare nell’urna il 48-52% dei voti. Intanto, ha centrato un risultato: è stato “bruciato” l’unico dirigente decente costruito negli ultimi anni nel partito, via il capogruppo in Regione in pole position per un assessorato al prossimo giro. Attendiamo con ansia uno splendido regolamento di conti interni in cui il Pd locale si suicidi un altro po’. Come dice un tweet deluso: «Se Gramsci avesse visto i risultati di oggi il Pci lo avrebbe fondato a Navacchio».
Nogarin esce come trionfatore: anche se a gonfiarne le vele sono stati i voti di buona parte del fronte di Raspanti e di Cannito ma anche la destra di Amadio, il centrodestra di De Carlo, i centristi di Toncelli e larghi settori di Forza Italia. Ce l’ha fatta al primo assalto. Quando ha guidato il gruppo dei rinnovatori per conquistare la leadership nell’Ordine degli ingegneri, c’era riuscito al secondo tentativo, nell’ottobre scorso.
Non è invece una novità che al timone arrivi la generazione dei quarantenni: a 40 anni erano diventati sindaco Bino Raugi (nel '66) e Roberto Benvenuti (nell'85), a 45 Lamberti (nel ’92). E Nicola Badaloni e Furio Diaz lo erano diventati l'uno a 30 anni e l'altro a 28.
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