Sicurezza
Tocca di governare nel regno dei divorzi
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Dopo il ballottaggio a qualcuno toccherà di governare. Dico “toccherà”, usando un verbo che alle orecchie livornesi non suona neutro: quando a qualcuno “tocca di” fare qualcosa sa che non sarà una cosa semplice. A chiunque tocchi, voglio dire, credo che gli capiterà spesso di chiedersi chi glielo ha fatto fare, perché Livorno non è una città facile. Non sono facili i livornesi. Sempre tanto cuore, tanta pancia, tanta disposizione agli eroici furori, ma non sempre altrettanta ponderazione. E ovviamente mi ci metto anch’io, tale e quale. Ma la cosa bella di questo ballottaggio, allora, non è il fatto che qualcuno vada al governo e qualcuno all’opposizione, ma quel che succede, già dal giorno dopo, nella testa di tutti. In altre parole, dalla capacità che avrà ciascuno di mettersi, per quel che può e che sa, a disposizione di una comunità che è la stessa per chi vince e per chi perde, senza trincerarsi nell’orticello. L’amico Nicola Artico, che, dato il suo lavoro, conosce bene queste statistiche, mi ha raccontato una cosa interessante: Livorno è la città che svetta di gran lunga in tutta la Toscana per numero di separazioni e divorzi. Si chiede quindi, a ragione, se non dipenda da una certa nostra incapacità di mediare, da una tendenza a dividere il mondo con l’accetta, senza cogliere le sfumature e le ragioni degli altri. Dall’attitudine ad accendersi subito alla polemica per una esacerbata suscettibilità. Io, per me, ricevo stamane una lettera, peraltro assai garbata, in cui un comitato di ex studenti del Classico si dice sorpreso e amareggiato per le mie parole della scorsa domenica sulle vicende dello studente lavoratore che prova a dare gli esami da privatista. Immaginate allora la mia di sorpresa, nel constatare come anche una boutade del tutto innocua, quale quella di tratteggiare con i toni della ’lotta di classe’ l’impresa di un ragazzo che vuole appunto iscriversi in una classe del liceo, possa essere letta come lesiva da alcuni lettori.
Raramente, devo dire, ci si sente così soli come quando ci tocca di spiegare una barzelletta o un gioco di parole. Ma pazienza. Fra le tante cose che ho imparato al Liceo, quella che mi tatuerò sul petto, il giorno che deciderò di farmi un tatuaggio anch’io, è questa massima di Seneca: "Chi ha il possesso di sé non ha perso niente". Possedere se stessi significa spesso soprassedere, chiedersi se qualcuno ci abbia davvero provocato, e quando anche lo avesse fatto, se sia poi così importante reagire. Per tutte le volte che lasciamo correre, io credo, guadagniamo il sacrosanto diritto ad essere ascoltati con più attenzione la volta che invece non le mandiamo a dire.
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