Gioco
«Autistici? No, atleti E battiamo i pregiudizi»
Viaggio alla scoperta dell’attività dell’associazione “Autismo Livorno Onlus” «Il disturbo non impedisce ai ragazzi di divertirsi, imparare e stare insieme»
LIVORNO. Provate a pensare se, all’improvviso, tutte le persone intorno a voi cominciassero a parlare una lingua sconosciuta, facessero gesti bizzarri e avessero espressioni facciali piuttosto strane.
Immaginate poi, di fronte a questo contesto incomprensibile e disorientante, di non riuscire a spiegare loro il vostro disagio, comunicare le vostre emozioni, i vostri sentimenti, i vostri pensieri.
Insomma, di non sapere proprio come relazionarvi e comunicare con loro. In un’era come la nostra, che riduce tutto a comunicazione, un simile scenario è forse difficile anche solo da ipotizzare. Eppure c’è un esercito silenzioso che, nella distrazione generale, vive quotidianamente questo disagio: sono le persone affette dal “disturbo dello spettro autistico” (che, in base alle nuove classificazioni, colpirebbe un bambino ogni cento nuovi nati, di cui tre quarti maschi, e le percentuali livornesi rispecchierebbero il dato nazionale).
Un disturbo pervasivo dello sviluppo di cui tutti almeno una volta hanno sentito parlare, ma che in pochi realmente conoscono. Per esempio, non è vero che le persone affette da autismo non siano in grado di divertirsi, imparare, stare insieme agli altri: semplicemente, lo fanno a modo loro.
Se ci pensate, in fondo, fanno come ognuno di noi. Tant’è che, da diversi anni ormai, si parla di “autismi”: ci sarebbero infatti molti modi per “essere autistici”, ognuno con le proprie particolarità (e con i propri bisogni). “Autismo” è diventata una parola quasi esotica, come un qualcosa che si sa che esiste ma chissà dove, perché e, soprattutto, come.
E se da una parte ci fa subito pensare a un problema, dall’altra - complici il cinema e la letteratura - immaginiamo spesso capacità fuori dal normale, come imparare in un attimo lunghi elenchi telefonici o ricordare a memoria decine e decine di numeri di targa.
In realtà, al netto di miti e false credenze, la difficoltà più grande di un soggetto autistico è quella di vedersi riconoscere prima di tutto come persona: «Quando guardano i nostri figli - ci racconta Malen Tortajada - vedono subito il problema dell’autismo, e non il fatto che prima di tutto sono ragazzi».
La consapevolezza, quindi, come punto di partenza per un sostegno che possa dirsi tale: «Se la persona con autismo viene capita per quella che è, attraverso una integrazione reciproca - spiegano Sandra Biasci e Donatella Inverso dell’associazione “Autismo Livorno Onlus” - allora riesce a inserirsi nella società”.
Purtroppo il pregiudizio, complice la cattiva informazione, è un sentimento con il quale queste famiglie convivono abitualmente, anche se non ci si abitua mai: può capitare che i negozianti scambino l’impulsività di questi ragazzi con il tentativo di derubarli o addirittura che non li accettino nei propri esercizi commerciali, infastiditi dai gesti ripetitivi o dagli “strani versi” che altro non sono se non una caratteristica del disturbo.
«A volte il pregiudizio affligge la famiglia stessa e ci si vergogna a dire che il proprio figlio è autistico - continuano - e così, spesso, prima della presa di coscienza del problema e di una diagnosi passano anni, nella convinzione che “prima o poi si sbloccherà”. Mentre, in questi casi, la tempestività è d’obbligo».
Non esistendo (ancora) una cura, l’unica possibilità è impedire la regressione promuovendo uno sviluppo adeguato e sereno della persona attraverso la riabilitazione alla socialità, lo sport, la formazione e la creatività. Per saperne di più www.autismolivorno.org.
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