Il Tirreno

Livorno

Produttore per caso, eppure è tra i grandi

Antonio Valentini
Produttore per caso, eppure è tra i grandi

Da operaio agricolo per necessità a “inventore” del ciliegiolo di Vallerana Alta, gioiello tra Manciano e Capalbio

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Dentro ad Antonio Camillo si nasconde un fenomeno del vino. Solo per caso è venuto a contatto con tralci e filari e solo per combinazione si è messo a vendemmiare e a imbottigliare. E benché non possegga terreni né cantine, in cinque anni con il suo ciliegiolo "Vallerana Alta" ha scalato le vette dell'eccellenza, ottenendo risultati degni di produttori blasonati. Per capire come abbia fatto a compiere un'impresa del genere, bisogna partire da quando il caso si è combinato con la sua tenacia, producendo grandi risultati in poco tempo.

L'avventura nel mondo del vino iniziò nel 1992, quando gli affari del "Tango Caffè" di Montemerano finirono a rotoli. «All'epoca le mie bambine avevano 3 e 5 anni, avevo bisogno di lavorare». Più per necessità che per passione, Antonio andò a fare l'operaio agricolo a San Gimignano, nell'azienda agricola "La Mormoraia". Fu il suo primo contatto con la terra: d'estate, quand'era studente, si guadagnava un po' di soldi nelle vigne con la potatura verde, ma quanto a formazione era scarso. «La viticoltura la imparai facendo l'operaio da Bruno Mora, al Podere Arcangelo, sempre nella patria della Vernaccia. In sei anni m'insegnò quanto mi serviva; in cambio io gli offrii passione e voglia di fare».

Per questo nel 2001 sapeva il fatto suo quando, a due anni dal ritorno in Maremma, fu assunto da Gianpaolo Paglia a Poggio Argentiera come cantiniere, trattorista e operaio in vigna. Il lavoro ce l'aveva, tuttavia quei vecchi vigneti di ciliegiolo vicino al caseificio di Manciano, il suo paese, dove i più anziani dicono che "ci viene il vino bono", continuavano ad accendergli la fantasia. Fu così che nel 2006 prese in affitto quell'appezzamento da quattro-cinque ettari. Ma dove e come vinificare, senza vasche, tini e botti? Intervenne allora il suo datore di lavoro, che mise a disposizione le strutture di Poggio Argentiera: «Produssi 6-7mila bottiglie e Gianpaolo commercializzò "Il Principio"». Ecco, appunto: quello è stato il principio di ogni cosa. Perlomeno della bella favola di Antonio Camillo, maremmano ingegnoso e caparbio che è riuscito a fare vini eccellenti senza neppure possedere una cantina. Nel 2007 fu costituita la "Antonio Camillo srl", partecipata al 50% da lui e dallo stesso Paglia. Due anni dopo iniziò l'avventura del "Vallerana Alta", il ciliegiolo che ha conquistato l'eccellenza dopo appena un paio di vendemmie. «Fu Modesto Rosati, ex mezzadro e mancianese doc, a dirmi che in località Vallerana Alta ci veniva un vino, ma un vino...».

È un luogo che se ne trova pochi. Dalla Sgrilla, frazione mancianese, si sale per una strada tortuosa che oltrepassa il confine con il comune di Capalbio, fino a un altopiano a 350 metri sul livello del mare. La vallata a sud-ovest guarda alla Piccola Atene; quella a nord-ovest, coperta dai boschi della Marsiliana, apre l'orizzonte verso la Giannella di Orbetello. Su quest'altopiano, dove l'escursione termica gioca un ruolo fondamentale e le brezze di mare danno sapidità ai vini, ci sono quattro ettari vitati a ciliegiolo, tuttora appartenenti alla famiglia Rovai: Alessandro, Corrado e Aristeo. Sono vigneti tenuti tanto bene che non manca neppure una vite: se una deperisce in maniera irreversibile, subito vien fatta la propaggine.

«Appena le vidi, capii che si trattava di vigne vecchie e che il terreno era argilloso con presenza di metalli, come dimostrano i sassolini rossi che coprono il terreno dalla parte di Corrado e Aristeo - spiega Camillo -. Però ci son voluti due anni prima che si convincessero a vendermi l'uva: Alessandro la conferiva alla cantina sociale di Pitigliano, Corrado e Aristeo a quella di Capalbio, con prezzi variabili da 20 a 40 euro al quintale. Mi dicevano: "Come si fa ad abbandonare la cantina sociale?"». Antonio, viceversa, piegava l'interrogativo a pro suo: come si fa a non imbottigliare quel ben di Dio, quel ciliegiolo che promette cose straordinarie? Fu dall'estenuante trattativa che nacque il "Vallerana Alta", fenomeno per essere stato imbottigliato la prima volta nel 2008 e aver bruciato le tappe dell'eccellenza.

Antonio Camillo lo produce mescolando in giuste dosi tecnica, esperienza e filosofia: "Sono del parere che in vigneti così vecchi non serva la vendemmia verde. E io non la faccio, sempre che le pigne non siano accostate l'una alle altre. Ogni pianta porta dai due ai quattro chili di uva: se è in salute, vuol dire che quella è la produzione equilibrata».

I sacerdoti del vino, i teorici delle produzioni a quantità minime, inorridiranno. Eppure i risultati danno ragione al tenace produttore maremmano, che mutua le proprie convinzioni dalla fisiologia della vite, stabilendo con essa un rapporto di osmosi: «Io non taglio nemmeno le cime delle piante. Avvolgo i tralci ai ferri più alti, così da rallentare la circolazione linfatica senza arrestarla». Nella convinzione che se uomo e vite stringono un patto d'amicizia, il vino viene migliore.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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