Il Tirreno

Livorno

Morosini, il barelliere accusa i medici

Morosini, il barelliere accusa i medici

La testimonianza di Marco Di Francesco: «In campo urlavo, datemi il defibrillatore. Ma nessuno mi ha risposto»

2 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. «Ho preso una Ghedel dalla borsa della Croce Rossa e l'ho inserita in bocca. Si tratta di una cannula che, impedendo alla lingua di andare all'indietro, consente la ventilazione attraverso il pallone di Ambu. Effettuo la ventilazione, secondo le procedure e, mentre inizio a ventilare, chiedo a chi mi sta intorno: “Datemi il Dae (il defibrillatore, ndr)”. Ma nessuno rispose. In quella confusione tra barelle sbagliate, autoambulanza bloccata e caos in campo, Morisini morì».

È il 18 aprile 2012, Piermario Morosini è morto di calcio quattro giorni prima allo stadio Adriatico in diretta satellitare stroncato da una malformazione al cuore. A parlare davanti agli uomini della Digos di Pescara è Marco Di Francesco, barelliere e volontario della Misericordia. Secondo l’accusa uno dei testimoni chiave inchioderebbe i tre medici rinviati a giudizio martedì con l’accusa di omicidio colposo perché non hanno usato il defibrillatore che avrebbe aumentato le possibilità di salvare il giocatore amaranto.

Il verbale dell’interrogatorio è stato pubblicato da Repubblica. All’interno la ricostruzione di quei terribili momenti. «Ero presente come volontario della Misericordia di Pescara a bordo campo con mansioni di barelliere - racconta di Francesco agli inquirenti - Nella circostanza io e la mia equipe eravamo posizionati a fianco della panchina del Livorno calcio. Durante l'azione di gioco ho notato chiaramente cadere il Morosini e ho visto che tutti i componenti della panchina del Livorno erano entrati in campo mentre l'azione di gioco era in atto. Il medico sociale del Livorno che rientrava dalle cure prestate in campo ad un altro giocatore, trovandosi all'altezza della zona dove è caduto il Morosini, è stato il primo ad intervenire per prestare soccorso. Quando ho notato che il soccorritore della Croce Rossa prendeva il Dae dalla postazione della Croce Rossa stessa e lo trasportava in campo, mi sono reso conto della gravità dell'accaduto e mi sono recato di corsa verso il giocatore».

«Sul posto - , continua il barelliere nella testimonianza messa a verbale in Questura il 18 aprile del 2012, - c'erano diverse persone, ma in ginocchio, sul giocatore, sicuramente erano presenti il medico del Livorno, il massaggiatore del Pescara Carlo D'Alessandro, il medico sociale del Pescara dottor Ernesto Sabatini, ed un'altra persona con la tuta del Livorno, che non conosco. Uno dei soccorritori stava cercando di aprire la bocca con le due dita, intervento necessario per agevolare la respirazione. Non ricordo precisamente chi fosse. Mi posiziono vicino alla testa del ragazzo che in quel momento manifestava un Trisma (paresi facciale e convulsioni), ed effettuo la sub-lussazione della mandibola, mettendo la testa in iperestensione».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La protesta

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web