Sicurezza
Morosini, il medico amaranto a processo
Manlio Porcellini è stato rinviato a giudizio con altri due colleghi, l’accusa è quella di concorso in omicidio colposo
LIVORNO. Manlio Porcellini, medico sociale del Livorno calcio, è uscito dall’aula 5 del tribunale di Pescara poco dopo le 14 accompagnato dai suoi legali, gli avvocati Massimo Girardi e Gabriele Rondanina. Alle sue spalle l’udienza preliminare per la morte di Piermario Morosini, il giocatore amaranto scomparso allo stadio Adriatico il 14 aprile 2012 ad appena 25 anni, davanti a sé, un processo nel quale dovrà rispondere di omicidio colposo in concorso con altri due colleghi, il medico della squadra abruzzese Ernesto Sabatini e del 118 di Pescara Vito Molfese.
Decisiva nella scelta del giudice Luca De Ninis che ha accolto la richiesta del pubblico ministero Valentina D’Agostino, la perizia firmata da Vittorio Fineschi, Francesco Della Corte e Riccardo Cappato.
La tesi dei tre professionisti è che i medici entrati in campo «dovevano usare il defibrillatore semi-automatico, disponibile quel giorno». E che un comportamento simile «avrebbe aumentato le possibilità di salvare» la vita del centrocampista bergamasco.
Sempre nella perizia - si legge - «ciascuno dei medici intervenuti è chiamato a detenere, nel proprio patrimonio di conoscenza professionale, il valore insostituibile del defibrillatore semi-automatico nella diagnosi del ritmo sottostante e, in caso di fibrillazione ventricolare, il valore cruciale nell’influenzare le chance di sopravvivenza della vittima di collasso».
Le conclusioni dei periti del giudice per le indagini preliminari non si discostano molto da quelle del medico legale che eseguì l'autopsia, Cristian D'Ovidio e che portò alla luce la malformazione al cuore che causò la morte del “Moro”: una cardiomiopatia aritmiogena, malattia di probabile origine genetica che produce aritmie ventricolari.
Spiegano i legali di Porcellini al termine dell’udienza durante la quale sono stati rivissuti quei drammatici minuti con Morosini agonizzante a terra in diretta satellitare con compagni e avversari con le mani in faccia per non guardare il dolore: «Ci aspettavano il rinvio a giudizio viste le conclusioni alle quali era arrivata la perizia chiesta dal giudice che non ci trova d’accordo ma che non poteva essere ignorata. Al medico del Livorno la Procura contesta il mancato uso del defibrillatore. Che non sia stato usato - proseguono - è un fatto oggettivo, storico, ma noi sosteniamo che non doveva essere Porcellini a usarlo e in ogni caso questa accortezza non avrebbe salvato il giocatore. A nostro avviso non si può equiparare il mancato uso del defibrillatore all’accusa di omicidio colposo. Ecco perché affronteremo il processo con serenità per affermare la verità».
Una delle carte che gli avvocati del medico del Livorno si giocheranno al processo che si aprirà il prossimo primo dicembre davanti al giudice monocratico Nicola Colantonio, sta nel regolamento sui soccorsi nelle competizioni sportive che escluderebbe la rianimazione dalle competenze dei medici sportivi.
Un altro punto sul quale gli inquirenti hanno insistito durante l’inchiesta e che sarà discusso durante il dibattimento riguarda la leadership dei soccorsi. Secondo un’interpretazione guidare le operazioni sarebbe spettato al medico che per primo ha fatto ingresso sul terreno di gioco. E in questo caso sarebbe stato Porcellini che appena ha visto Morosini cadere a terra, alle 15,32 di quel maledetto sabato pomeriggio, è corso in campo per soccorrere il giocatore.
«Questa storia del leader dei soccorsi non è stata tirata in ballo nemmeno dal pm in udienza - tagliano corto i legali - in ogni caso Porcellini è intervenuto per primo perché il suo carattere lo ha spinto ad entrare in campo appena ha visto una persona in difficoltà». Al termine dell’udienza si sono costituite parte civile nel procedimento la sorella di Piermario Morosini e la sua fidanzata.
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