Sicurezza
«Il crimine ha mille facce e si combatte con il cuore»
L’addio alla Questura di Marco Staffa, capo della mobile per oltre 5 anni «Di Livorno ho apprezzato la schiettezza, così mi avete aiutato a sciogliermi»
LIVORNO. Il corridoio al piano terra della Questura di via Fiume è un via vai di uomini e donne in divisa che si dividono in due ali lungo le pareti che danno accesso alla sala rinfreschi piena di vassoi e tartine. A pochi passi di distanza si apre la porta a vetri sulla quale è appiccicata la scritta blu “squadra mobile”.
L’appuntamento per i saluti a Marco Gustavo Staffa, 52 anni ad agosto, dall’estate 2008 alla guida della sezione che si occupa delle indagini più delicate della Questura, è a mezzogiorno.
Da domani il dirigente in giacca e cravatta, nato a Roma ma siciliano di adozione, educazione e mentalità, prenderà servizio alla Questura di Pavia dove gli è stata assegnata la reggenza della divisione anticrimine, passaggio che precede una promozione a primo dirigente. «Dovrò rimettere la divisa tutti i giorni», aggiunge con un filo di voce.
Di Livorno e della Toscana porterà con sé i ricordi e i regali dei colleghi: un quadro in stile macchiaiolo che raffigura la chiesa di San Jacopo e il lungomare vicino alla baracchina bianca, una bottiglia di vino Sassicaia e un racconto satirico del suo arrivo in città nel quale sono stati usati ad hoc i nomi dei colleghi.
«A questa Questura - dice salutando i colleghi e cercando di tenere a bada i due figli - rimarrò legato soprattutto per il rapporto che si è creato con le persone. Perché è attraverso i buoni rapporti e il dialogo che si possono raggiungere i risultati all’interno dell’Amministrazione pubblica».
Il giorno in cui è arrivato in città lo ricorda il vice questore Paolo Rossi. «Ci trovammo ai Quattro Mori - dice rivolgendosi al collega - e avevi l’aria un po’ rigida. Ecco, dopo cinque anni direi che Livorno e la livornesità ti hanno sciolto un pochino».
Di Staffa si dice che sia un lavoratore instancabile, un pignolo, ma che in fondo sia un capo giusto. «Quando arrivò a Livorno - racconta un suo collega - disse chiaramente che avrebbe voluto intorno a sé solo persone che non guardavano l’orologio».
Una politica che alla lunga pare abbia pagato. Nell’ultimo anno la mobile ha risolto diversi casi delicati: dall’omicidio ad Antignano da parte della nipote della vittima e del suo fidanzato, all’aggressione al proprietario di Calafuria Simone Gonnelli, passando per lo spaccio di stupefacenti, fino alle inchieste sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Dottore, c’e un’indagine in questi anni a cui è particolarmente legato?
«Il tentato omicidio a Gonnelli è sicuramente la prima che mi viene in mente. Abbiamo fatto un lavoro eccezionale per due motivi. Il primo è aver bloccato i colpevoli che successivamente sono stati condannati. E questo è stato un risultato difficile da raggiungere visto che inizialmente gli elementi a nostra disposizione erano pochi. Ma soprattutto dagli accertamenti successivi che abbiamo svolto, abbiamo dimostrato le ulteriori rapine che la banda aveva commesso nella zona di Cecina. Ecco perché la cosa che più mi rende orgoglioso è pensare che con il nostro lavoro abbiamo impedito che ne commettessero ancora. A parlare, comunque, sono i dati: da quando sono stati arrestati il numero delle rapine è sceso».
Poi c’è la droga, Livorno da sempre è un crocevia dello spaccio...
«La quarta sezione ha fatto un lavoro straordinario in questi anni. Quando sono arrivato in città facevamo i sequestri di chili di stupefacenti. Adesso colpendo le organizzazioni che sono dietro allo spaccio al dettaglio questo fenomeno si è ridotto. Certo eliminarla del tutto è impossibile, ma credo che la situazione sia migliorata».
Che idea si è fatto della criminalità a Livorno?
«Quando sono arrivato dalla squadra mobile di Caltanissetta ero abituato a fare inchieste solo di mafia. La realtà qui ha mille sfaccettature e ti permette di spaziare in tutto il codice penale. Ma quello che ho notato, e non è per farne una questione di provenienza, è che la maggior parte dei reati viene commessa da stranieri».
In un momento di crisi come questo a fare paura sono i reati come furti, truffe rapine e scippi. Come sta Livorno? E come si combattono?
«Le rapine come le intendiamo noi in banca o alle Poste sono diminuite e molto spesso gli autori vengono da fuori. Quello che aumenta sono i furti in appartamento. Un modo per evitarli è anche il controllo del territorio».
Nei mesi scorsi c’è stata una serie di rapine in villa molto violente.
«Alcune di queste le abbiamo risolte. Ad esempio quella a Montenero a casa del professore invalido siamo riusciti a risalire agli autori, anche perché avevano fatto diversi errori. Pochi giorni prima di quell’episodio c’è stata un’altra rapina, stavolta sul viale Italia. Dicemmo subito che si trattava di due casi diversi. Infatti per quello che riguarda viale Italia, nonostante l’impegno e il lavoro che ci abbiamo messo, non siamo riusciti a tirare fuori un ragno dal buco, purtroppo».
Che sezione troverà il suo successore?
«Troverà una squadra con una elevatissima professionalità. Un gruppo di persone entusiaste che credono e sentono il proprio lavoro e sanno che per farlo bene è necessario usare il cuore e non guardare l’orologio, perché l’investigatore non si può fare dalle 8 alle 14».
Per un siciliano ambientarsi a Livorno non deve essere stato facile...
«Certo, un minimo di forma servirebbe, ma dei livornesi ho apprezzato soprattutto la schiettezza e il calore. È così che questa esperienza mi ha arricchito come uomo».
E un difetto dei livornesi?
«Non sta a me criticare la livornesità. Ma una caratteristica che avete è la litigiosità. Badate bene non è uno scherzo. Vi racconto questo aneddoto per farvi capire. Vengo da una città dove la fila alle poste era saltata tranquillamente da individui che se ne fregavano di chi era ad attendere e arrivavano per primi al bancone nel silenzio più assoluto. Qui mi ha fatto piacere notare questo senso di civiltà che spesso magari nelle grandi città manca. La vostra litigiosità è sintomo di non essere suddito di nessuno. Ed è un valore importantissimo che ho imparato ad apprezzare. Certo poi (ride ndr) magari se ogni tanto foste un pochino meno litigiosi».
Dopo 15 anni passati in Sicilia quando le hanno detto di venire a Livorno ci avrà riflettuto?
«A dire il vero a Livorno ci ero stato da giovane quando abitavo a Roma e come città non mi era dispiaciuta. Vuol sapere che cosa ho fatto quando me l’hanno proposta da dirigente? Ho preso mia moglie, siamo saliti in macchina e siamo venuti a fare un giro in città. Mia moglie quando ha visto il mare se n’è innamorata e quindi ho accettato».
E qui sono cresciuti anche i suoi figli..
«Diciamo che dicono boia dè e si sono livornesizzati, ma con una certa attenzione alla forma».
Quando si parte difficilmente si riesce a chiudere tutto quello si è costruito. Che cosa rimpiange di non aver portato a termine?
«Ci sono alcune indagine che la squadra mobile sta svolgendo che avrei voluto portare a termine. Ovviamente non ne posso parlare, ma spero tanto che arrivino a conclusione nel più breve tempo possibile».
Per Marco Staffa è il momento di svuotare l’ufficio e fare le valigie. Prima di lasciare la Questura c’è da fare due cose: chiudere la porta della sua stanza, che è quasi sempre rimasta aperta e spegnere la televisione accanto alla scrivania dove per 5 anni è rimasta accesa la pagina 101 del Televideo. La sua finestra sul resto del mondo.
@fedelazzotti
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