Gioco
Sul web le cicatrici di tante altre vittime
Ecco il commento di Fabrizio Brancoli alla storia della ragazza di Grosseto, che ha avuto il coraggio di mostrare le sue foto dopo l'aggressione dell'ex fidanzato
Quante volte, scrive Daniela, mi sono trovata nelle condizioni di Jessica. I chili di trucco per nascondere i lividi, invano. Le promesse, i ricatti, i fiori, i regali, le minacce, i “perdonami”. Daniela tra migliaia di commenti, nuda, con i segni del male che le hanno fatto.
Sotto la notizia del Tirreno che racconta del coraggio della ragazza di Albinia, grandinano sul web e su Facebook migliaia di messaggi. Coltivano la rabbia e la solidarietà; e a noi giornali chiedono di pubblicare, quando le avremo, le foto di ogni aggressore in casi del genere.
Ma spuntano anche le testimonianze, quelle che vengono dagli abissi del passato. Sono le sofferenze non rimuovibili, che non si possono archiviare. Quante volte le hanno terrorizzate, umiliate, prese a pugni e calci. Prima uno schiaffo ma la volta dopo, racconta Daniela, toccava al setto nasale rotto, al semi distaccamento della retina, alla frattura di un dito, spezzato quando alzi una mano per ripararti. «Poi, finalmente, ecco un gancio in mezzo al cielo che mi ha aiutato a venirne fuori. Ma le cicatrici dell'anima, quelle resteranno per sempre». Il gancio in mezzo al cielo, come nella canzone di Baglioni.
Nel cinema, i ricordi di Daniela li chiamerebbero flashback. Sono lampi di memoria che costringono ad arretrare la cronologia dei fatti e tornare al passato, per capire che cosa accadde. Ma qui non siamo in un film. Graziella ci porta con amarezza dentro il proprio incubo personale. «Ho subìto trentadue anni di botte, l’alternativa era uscirne “con i piedi in avanti”. Quando è arrivato il momento della verità, solo quattro giorni di carcere, due mesi di arresti domiciliari. Ti spronano a fare le denunce ma poi nessuno fa più niente».
«Nessuno fa più niente»: frasi come ferite non rimarginate. È difficile selezionare una manciata di messaggi, quando a scrivere sono migliaia di persone. Ma poi ti accorgi che tanti dicono cose simili. Ci sono centinaia di commenti furiosi, che chiedono leggi del taglione, pene corporali o comunque punizioni severissime. Ci sono gli uomini “che si vergognano” e le donne che incoraggiano al gesto chiave, quello più coraggioso e non sempre protetto: la denuncia. La denuncia vista come un atto di avversione al male, scelta estrema e suprema, colpevolmente non tutelata, che fa pensare a certi testimoni contro la mafia. La denuncia che anche potrebbe metterti nei guai. Ma che è giusta.
Non dovrebbe esserci questo bisogno di eroismo e di sacrificio, ma questa è l’Italia che abbiamo raccontato tante volte, dove la protezione verso le donne maltrattate non è sufficiente. Poi c’è l’esortazione a prevenire. Tante donne scrivono a Jessica e a chi si trova nella sua situazione: non cadete più nel meccanismo perverso dell’incontro con l’uomo violento, “per chiarire”, non accettate le virate brusche del suo umore. Incontratelo il meno possibile, e sempre in luoghi pubblici, visibili da testimoni, non da sole. «È bello - scrive poi Manuela - leggere lo sdegno di molti uomini. Sono offesi perché non vogliono essere confusi con certi individui. Con voi ce la faremo».
Le mani, scrive Sonia, «sono la lingua degli ignoranti». È una bella frase. Le foto del volto tumefatto di Jessica restano lì, sul giornale e sui display, a raccontare la lingua dell’ignoranza più profonda e dell’assenza di ogni rispetto.
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