Gioco
Addio a Martelli anima inquieta del Livorno calcio
S’è spento domenica sera a 93 anni nella sua abitazione Presidente della società amaranto dal 1973 al 1982
LIVORNO. Quando si sente parlare di Corasco Martelli e della sua passione amaranto il commento della gente, familiari compresi, è unanime: «Con il Livorno calcio ci s’è rovinato». Ed è impossibile non abbinare il suo nome a quello della società, di cui fu presidente per nove anni, dal 1973 al 1982. Corasco Martelli s’è spento domenica sera nella sua abitazione in via Del Fagiano: aveva 93 anni, ma era lucido e attivo. I medici parlano di un’embolia polmonare: pochi giorni prima era stato operato al femore e venerdì era stato dimesso. La sua personalità ha segnato la storia del calcio labronico. Un amore sofferto quello dell’imprenditore per il Livorno. «Mio padre impazziva per quella squadra che è stata anche la sua rovina - dice il figlio Andrea Martelli - mi ricordo un decennio di trasferte, anni in cui abbiamo girato tutta l’Italia: seguivamo la squadra ovunque. Ma ricordo anche tanti sacrifici: non ce la faceva a portare avanti la società per i troppi debiti, eppure non mollava».
Era la tarda serata di domenica quando il cuore di Martelli, nato ad Ardenza, ha smesso di battere. Il sabato della settimana precedente l’anziano imprenditore era stato ricoverato per essere operato alla gamba. L’intervento era andato bene, ma l’aveva molto debilitato. E il rientro a casa era stato faticoso. La sera prima di andar via aveva mangiato, assistito dal figlio Andrea: «Eravamo felici perché sembrava che stesse riprendendo forza - racconta addolorato - invece l’indomani è morto fra le mie braccia. Era anziano, ma molto vivace e attivo: un punto di riferimento per la famiglia».
Un duro colpo Martelli lo aveva subìto già tre anni prima, quando aveva perso la moglie Alda Pampana, morta per un tumore che l’aveva portata via in poche settimane. Da allora, Corasco era rimasto solo, ma in casa aveva l’aiuto di una badante, oltre all’affetto dei cari, in primis dei tre figli: Andrea, che lavora alla Sat, Società autostrada tirrenica, Riccardo, ex calciatore del Livorno, con un passato anche nel Milan, e attualmente titolare di un alimentari in via Rodocanacchi, zona stadio, e Patrizia, la primogenita, casalinga. In via del Fagiano Martelli abitava in affitto e andava avanti con la pensione sociale. Il risultato di una vita difficile e di una situazione finanziaria che aveva avuto picchi positivi, ma anche molto negativi. È il figlio Andrea a ripercorrere quegli anni così belli eppure così complessi della presidenza: «Il Livorno all’epoca era fallito e così per salvarlo fu lanciato un progetto che prevedeva l’ingresso nella società di 3-4 imprenditori livornesi. Poi però gli altri si tirarono indietro e rimase solo mio padre». Lui all’epoca aveva una grossa ditta che si occupava di petrolio, la Termogamma. «Mio babbo - dice Andrea - si era fatto da solo, aveva iniziato come trasportatore, poi aveva messo su un’azienda di 30 autotreni che lavorava anche per la Solvay. Le cose andavano bene, lui gestiva dei capannoni. Però quello con il Livorno presto si rivelò un impegno più grande di lui. E in breve tempo, l’esposizione con le banche a causa di tutte le spese sfiorò il miliardo di lire. Lui si dava da fare e per pagare i giocatori vendette anche le sue case. Ma i soldi non bastavano mai e le banche a quel punto non si fidavano più». Appassionato il ricordo dell’amico Franco Ferretti: «In trasferta i giocatori li portava sempre nei migliori alberghi: una volta si tornava da Siena, la squadra aveva perso e lui era arrabbiato. Allora disse ai calciatori: ora vi do un cesto di panini! Invece poi li portò al ristorante. Impulsivo ma generoso». L’unica chance per recuperare soldi era la serie B: «Con lui la squadra restò sempre in C: tra i vari calciatori comprò anche Miguel Vitulano - continua Andrea - Voleva il meglio e puntava alla B. Ma non ci riuscì. La gente lo criticava e alla fine voleva che andasse via: per lui era dura. I carabinieri avevano un cassetto pieno di lettere minatorie. Ci ritrovammo anche le gomme delle auto tagliate e bombe carta negli uffici in via di Popogna. Negli stessi anni, conobbe anche l’esperienza del carcere per uno scandalo legato al petrolio. In quel periodo presi io la presidenza della squadra con mio zio. Alla fine, quando la situazione non era più sostenibile, decise di portare i libri contabili in tribunale per il fallimento. Fu la fine. Dopo di lui, però, la squadra retrocesse». Oggi alle 11, il funerale al cimitero privato di Ardenza a cura della Svs.
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