Il Tirreno

Livorno

Troppe tasse e burocrazia, apro all’estero

di Mario Lancisi
Troppe tasse e burocrazia, apro all’estero

I nuovi emigranti sono quelli con la partita Iva. «In 3 giorni sono riuscito ad aprire il ristorante»

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Sarà pure un venditore di pentole o il mitico Cetto La Qualunque, ma quando Matteo Renzi annuncia in tv colpi di machete per tasse e burocrazia, l'artigiano massese Alessandro Bonini, sei mesi più giovane del premier, lo guarda sul piccolo schermo con interesse, quasi trepidante. «Eh sì, se lui fallisce io ho già la valigia pronta. A fine anno parto e vado a lavorare in Svizzera perché qui a Massa non ce la faccio più. Troppe tasse, troppa burocrazia».

Alessandro Bonini installa e ripara stufe, camini e condizionatori d'aria. La sua è un'azienda familiare, ci lavora lui e la moglie Irene, cinque anni più giovane, perché non può assumere dipendenti: «Non saprei come pagarli tante sono le tasse. Ho fatto il calcolo: ogni 100 euro che riscuoto almeno 60 e anche più se ne va in tasse. Lavoro per lo Stato, la Regione, il Comune...» si lamenta Bonini. E poi la burocrazia, i mille fogli da compilare, presentare, aggiornare. «Ora l'Europa ci obbiga ad avere anche il patentino per il frigorista per cui si deve partecipare a corsi a spese nostre, poi firmare certificati, fogli, assumerci responsabilità e alla fine non si riesce a tirare su uno stipendio mensile decente», brontola Bonini.

La burocrazia costa 5 miliardi. Parte dalla storia dei coniugi Bonini con un piede a Massa e un altro in Svizzera la nostra inchiesta sulle imprese che se ne vanno perché oppresse dalle tasse e dalla troppa burocrazia. Uno studio della Cna, la confederazione degli artigiani, ha calcolato che la burocrazia, «la tassa che non si vede», come è stata ribattezzata, costa 5 miliardi di euro l'anno agli artigiani e alle piccole imprese. E brucia 47 giorni di lavoro (cioè due mesi) di ogni imprenditore, e consuma 28 giorni di lavoro dei suoi dipendenti.

Sempre secondo la Cna una piccola impresa manifatturiera deve oggi sottostare a 22 adempimenti all'anno (dall'Iva alla Tares). Ognuno di questi adempimenti comporta di assolvere a 70 scadenze ogni 12 mesi, una ogni 5 giorni.Così soprattutto le piccole imprese se ne vanno. Chiudono i battenti o fanno le valigie.

Tre mesi a Pisa, 3 giorni a Ibiza. Arista al forno? Pappa al pomodoro? No, ecco ci sarebbe anche una pastasciutta al sugo di calamari...Benvenuti “Dal Pisano” di Ibiza, centro storico, ristorante che ha aperto a gennaio, ma la stagione comincerà a Pasqua. «Lo abbiamo aperto in tre giorni. Uno per i fogli sanitari. Un altro per quelli commerciali. Il terzo siamo andati in Comune, abbiamo pagato la tassa sul turismo e con cinquantamila euro abbiamo realizzato il sogno di aprire un ristorante» spiega Veronica Poli, 45 anni, pisana, come il marito Roberto Badalassi, 53 anni, e il figlio Thomas 25 anni. La mamma in cucina, il figlio ai tavoli, il babbo alla cassa, per ora bastano, ma in estate saranno assunti un po' di giovani, già arrivati venti curricula.

A Pisa Veronica lavorava in una refezione scolastica e il marito era guardia giurata e per realizzare il loro sogno hanno venduto la casa, nel quartiere di Cisanello, ma i soldi non gli sono bastati per comprare un ristorante a Pisa: «Solo la licenza per un piccolo bar costa sui 130 mila euro. Figurarsi un ristorante. E poi la burocrazia: abbiamo calcolato almeno tre-quattro mesi di tempo per aprire. Per non parlare delle tasse» racconta Veronica.

Me ne vado a Perth. Ore 23 di giovedì 13 marzo, da pochi minuti Mario Gomez ha fatto secco Gigi Buffon e da Perth, in Australia, Andrea Facondini esulta su facebook per l'impresa viola, laggiù è appena sbocciata l'alba. Ma che ci fa a Perth un grossetano tifoso della Fiorentina? È la storia di un emigrato che a Principina a Mare, a Grosseto, gestiva un ristorante, non stava male, almeno fino al 2008, quando è arrivata la crisi e le prospettive si sono fatte cupe. «Ho quattro figli e con mia moglie ci siamo detti: qui in Maremma non ci sono le strade e le luci, zero servizi, troppe tasse e burocrazia. In breve non c'è futuro per noi e per i nostri figli. Andiamocene. E così abbiamo scelto l'Australia. Qui è un altro mondo. Quando un giovane finisce la scuola trova subito due-tre proposte di lavoro. E io guadagno il triplo. Un altro mondo...», si appassiona Facondini. E però Mario Gomez... «Sì, lo so, la Fiorentina, la Maremma. Mi mancano tanto. Ma non era più possibile vivere in Italia. Pagavo le tasse fino all'ultimo euro e in cambio non ricevevo nè servizi e nè gratificazioni economiche» conclude Facondini.

Da Sovigliana alla Costa Brava. Pizza alla margherita, no al prosciutto, a me alla marinara, birra per tutti, Coca cola per i ragazzi. Siamo alla pizzeria Meeting di Sovigliana, Empoli, viavai di giovani, venerdì sera. La gestisce una famiglia massese, al timone Laura e Claudio con i figli Alessia e Giorgio, la nuora e Emilio, un amico. Qui sono clienti fissi anche i giocatori dell'Empoli. Il locale è conosciuto, alla moda, ma nonostante questo i proprietari hanno deciso di chiudere e riaprire in Spagna, in Costa Brava, a Lloret de Mar.

Motivi? Gli stessi che abbiamo raccontato finora: tasse, bollette, costi di gestione esosi. Il dramma è questo: non basta avere i clienti e i bilanci in ordine. «Non ci sono più i margini di guadagno per continuare» spiega Laura.

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(Nella foto Veronica Poli, il figlio Thomas e il marito Roberto Badalassi davanti al ristorante a Ibiza)

L’esilio a Copenaghen. Altri emigranti in cammino. Non più come quelli dell'Italia contadina della prima metà del '900. No, i nuovi emigranti sono il ceto medio, le partite Iva, i padroncini che non ce la fanno, i signori con i locali e le piccole attività che una volta appunto si distinguevano dagli operai perché avevano un'attività in proprio. «In questo Paese uno come Steve Jobs sarebbe dovuto emigrare» mastica amaro Filippo Filippeschi, 43 anni di Pontedera, che nel 1999 si è trasferito in Danimarca dove ha creato un'azienda di tour operator (porta scandinavi in Italia). Ora Filippeschi ha anche un'azienda in Sicilia, sempre nel ramo turistico. «Il problema del nostro Paese è la burocrazia. Quando andai a Copenaghen e chiesi di aprire un'impresa mi stesero tappetini rossi, qui da noi ti erigono montagne contro»spiega Filippeschi.

Gelatai a Singapore. Spagna, Danimarca, Australia e e per chiudere Singapore. Dove ha deciso di emigrare Manuele Presenti, 36enne maestro del gelato, che dalla tranquilla Marina di Grosseto si trasferirà a breve là con la fidanzata Irene Nannini, per lanciare una catena di gelaterie nel segno dell'azienda paterna, produttrice di gelato artigianale da quarant’anni. Motivo? «Singapore permette agevolazioni e vantaggi. Qua in Italia siamo strozzati dalle tasse. Là il fisco non ti uccide, le tasse sono irrisorie, si parla di 8-10% di incidenza sul reddito, che per chi vuole costruire qualcosa e mettere su famiglia è davvero un altro mondo». Renzi o non Renzi, la strada è tracciata e porta lontano.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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