Gioco
Lo strano caso dell’ex Bic «Noi lavoratrici beffate»
LIVORNO. «Non siamo una fabbrica di bottoni che entra in crisi nel momento in cui si cominciano a produrre cerniere e i bottoni non servono più». A dirlo sono le cinque lavoratrici ex-Bic a nemmeno...
LIVORNO. «Non siamo una fabbrica di bottoni che entra in crisi nel momento in cui si cominciano a produrre cerniere e i bottoni non servono più». A dirlo sono le cinque lavoratrici ex-Bic a nemmeno venti giorni dalla fine della cassa integrazione in deroga, che scadrà il 31 marzo. «Il motivo della nostra meraviglia e della nostra rabbia? Offrivamo un tipo di servizi che il Comune e la Provincia continuano ad offrire».
Un caso sui generis quello di Pst-Bic, società partecipata dal Comune attraverso Spil (che ne era proprietaria al 100%): e non tanto né solo per un flop ancora da chiarire, visto che, come tengono a sottolineare le lavoratrici, i servizi che Pst-Bic offriva alle imprese erano di alto livello e di grande importanza per lo sviluppo del territorio, nonché appoggiati e promossi dall'Unione Europea. Viene segnalato che c’è anche un singolare – per non dire nebuloso – percorso societario alla fine del quale l'azienda è stata messa in liquidazione: viene fatto rilevare che nel 2012 Compolab, che era un semplice filone di attività di consulenza tecnologica alle imprese di Bic, cresce a tal punto da essere esternalizzato e privatizzato. Emma Bellabona e Barbara Giusti, che ancora lavoravano in Bic, per diversi mesi lavoreranno anche per Compolab con un contratto di service, fino a che Bic verrà messa in liquidazione e le lavoratrici in cassa integrazione.
Il fatto incredibile – anche se in questa storia ve n'è più d'uno – è che Compolab, a questo punto, assume. Da fuori però. Tranne una, le altre cinque lavoratrici vengono lasciate a casa nonostante siano altamente qualificate, abbiano anche più di vent'anni di anzianità di servizio e tre di loro siano da ricollocare part-time. Perché?
Passano i mesi e la cassa integrazione in deroga a zero ore permette a queste donne di andare avanti finché il decreto legge per la mobilità dei dipendenti delle società partecipate apre nuove speranze: «Abbiamo portato avanti il più possibile la cassa integrazione affinché le lavoratrici venissero collocate in altre società – spiega Monica Cavallini, dirigente sindacale di Filcams Cgil – e a gennaio sembravano potersi aprire le porte di Casalp».
“Sembravano”, appunto: perché da due mesi a questa parte è nuovamente calato il silenzio. La vicenda, che ricorda per molti aspetti quella del Caprilli, è passata quasi inosservata alla città nonostante i servizi offerti fossero così autorevoli che «tanti dei nostri ex clienti – rivelano le lavoratrici – ci cercano ancora e ci chiedono consulenze». Ultimo ma non ultimo lo “smacco” della Leman, la società fiorentina che, con una cordata insieme alla Camera di commercio (che peraltro è socia anche di Spil, e quindi di Bic), vinse nel 2012 l'appalto della Provincia sulla autoimprenditorialità, progetto che Bic gestiva dal 2000.
Sia chiaro, gli appalti servono per essere vinti dal migliore: «Forse però dovremmo riflettere – insistono le lavoratrici – sul fatto che da una parte c'è una società privata, non del territorio, che lavora con contratti di collaborazione con liberi professionisti. E dall'altra una pubblica, che ha lavoratori dipendenti ed è livornese».
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