Gioco
«In appello contro la discarica la nostra protesta non si ferma»
Limoncino, il comitato reagisce alla sentenza che ha disposto il dissequestro della discarica Resta il nodo della strada. Ai Bellabarba: «Annessi e scarichi abusivi? Non sono paragonabili...»
LIVORNO. «La nostra protesta non si ferma: aspettiamo di vedere le motivazioni della sentenza, poi ricorreremo in appello». All’indomani del pronunciamento del giudice Gioacchino Trovato, che ha disposto il dissequestro della discarica del Limoncino e assolto in primo grado imprenditori, tecnici e dirigenti pubblici da reati di carattere ambientale e dall’abuso d’ufficio, Rosaria Scaffidi è un fiume in piena.
Il suo è forse uno dei volti più rappresentativi del comitato che negli ultimi anni ha cercato di impedire l’entrata in funzione dell’impianto per rifiuti speciali, a basso contenuto organico, nato al posto dell’ex cava del Monte La Poggia. «I nostri legali, Massimo Batini e Patrizio Rossi – ripete – aspettano di vedere le motivazioni della sentenza, dopodiché ricorreremo in appello». Appello che, a quanto trapelato dal comitato, potrebbe vedere la discesa in campo di un noto avvocato fiorentino.
«Rispetto la magistratura – riprende Scaffidi – ma non ci aspettavamo proprio questa sentenza, perché dopo avere presentato seicento documenti, più di cento presi dagli enti locali, siamo convinti di quello che abbiamo sempre sostenuto. Ovvero che quella discarica, lì, non s’ha da fare».
«Stiamo cercando – chiosa – di far valere un nostro sacrosanto diritto. E difendendo il monte La Poggia abbiamo voluto anche attirare l’attenzione su quel progetto Atlante che prevede altre discariche sul territorio. Livorno – sostiene – è destinata a diventare covo di rifiuti, non rifiuti urbani, ma detriti. I codici autorizzati per il Limoncino ci hanno terrorizzato dal primo momento, a partire dai fanghi del porto. Per gli imprenditori si parla di entrate per milioni di euro, non noccioline: quante cose e di che tipo finiranno là per raggiungere certe somme?».
Il clima, insomma, resta infuocato. Anche dopo il pronunciamento del giudice che dà ragione ai cugini Paolo e Federico Bellabarba, difesi sul fronte penale dagli avvocati Anna Francini e Michele Baldi. In un’intervista rilasciata ieri al Tirreno, i Bellabarba hanno parlato del difficile percorso che ha piegato l’azienda (costretta a richiedere il concordato preventivo, con i dipendenti in cassa integrazione) e detto di voler provare ad aprire l’impianto entro al fine dell’anno (manca il collaudo e nel frattempo è scaduta l’autorizzazione quinquennale). Ma hanno anche puntato il dito contro annessi e scarichi abusivi al Limoncino («vorremmo che la magistratura prendesse in mano gli esposti dettagliati che abbiamo presentato per denunciare gli abusi...»).
Scaffidi, che è da anni in guerra col Comune anche per l’annesso agricolo, respinge l’accusa di “ambientalismo a targhe alterne” e risponde così: «In tribunale l’avvocato dei Bellabarba ci ha accusato in sostanza di non avere dignità perché in via del Limoncino scorrerebbe un fiume di escrementi: se l’ha visto ci dica dov’è. In ogni caso vogliamo paragonare i rifiuti corporei a una discarica con 106 codici Cer?». «Non si possono paragonare le costruzioni abusive, che ci sono, con la discarica – insiste – E comunque dove scaricano le case condonate? Hanno le fosse imhoff, ma anche la fogna abusiva, qui si stanno mescolando le carte...».
Prima di riaprire la storia infinita degli annessi, c’è però un passaggio chiave. Questa volta sul fronte civile. È l’appello alla sentenza del giudice Roberto Urgese che ha stabilito che via del Limoncino è privata, dei frontisti, e i camion non possono passare, nonostante per anni ci sia stata l’attività estrattiva. I Bellabarba ricorreranno in appello: il loro legale, Massimo Girardi, sottolinea che «faremo di tutto per ottenere intanto la sospensiva prima che scada la cassa integrazione per i dipendenti, ad aprile». «Mi chiedo come sia possibile che la ottengano – controbatte Scaffidi – la sentenza di Urgese è blindata perché non solo dice che la strada è privata, ma anche che non è idonea, quindi bisognerebbe allargarla per far passare i camion. Come? Toccando i terreni dei frontisti? Con quale diritto?».
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