Gioco
Ganzo il Papa, lo vado a trovare
Da Cortona alle Apuane, in dodici mesi sono partiti in 15mila alla volta di S. Pietro. Record dei livornesi: andarono in 1500. Ecco un anno di pontificato visto dai toscani
di Mauro Zucchelli

(Nella foto il Papa durante il pellegrinaggio dei 1500 livornesi in piazza San Pietro)
«Giuro che c'era più gente lì, in piazza San Pietro, che quando mio padre mi ha portato a vedere l'Inter in Champions a Barcellona. Non me l'aspettavo. Anche perché lo sanno tutti che il Papa mica lo vedranno: è come se gli spalti del Camp Nou o del Bernabeu, anziché rialzati come sono tutti gli stadi, con i gradoni tipo anfiteatro per vedere il campo di gioco, fossero una piatta distesa orizzontale: papa Francesco resterà un puntino bianco laggiù, eppure esserci è la cosa giusta». Bobo Martelli, zazzera bionda e sneaker a firma Kobe, è baciapile quanto può esserlo un livornese una spanna sopra i vent'anni: eppure mette sullo stesso piano la notte eroica degli undici di Mourinho e «la gita dal Papa» - lui la chiama così, non pellegrinaggio - come «la giornata più ganza della mia vita». A settembre quando, di nuovo insieme al padre, a Roma per lavoro, ce l'ha fatta a infilarsi all'udienza del mercoledì («Ho incontrato anche gente di Prato, compresi due compagni di università: non lo sapevo che erano di Chiesa»).
IL RACCONTO MULTIMEDIALE 10 aprile 2013: 1500 livornesi dal Papa
Non risulti irriverente il paragone con Messi e Mou: anzi, nella top ten di Bobo non c'è modo migliore per dirlo. E infatti lo racconta così: «L'ho vista la parata-miracolo di Julio Cesar, l'ho visto il gol di Piquè e quello annullato al 92'. Ma in San Pietro non ho visto pressoché nulla, lo confesso. Dal punto di vista pratico, un flop. Però io, che vado alla messa forse più per abitudine che per altro, mi sono sentito "comunità"». Senza farsi troppe illusioni, sia chiaro: «Magari da tutta quella gente chissà quante cose mi separano, forse - aggiunge - non ci avrei nemmeno preso un caffè al bar, eppure la sentivo come se fosse la mia gente. Come quando papa Francesco ha dato ai fedeli l'idea di una Chiesa come una madre che non si domanda se il figlio è colpevole ma va a metterci la faccia. Sarà perché la mia mamma non c'è più, ma ho sentito una gran voglia di lasciar uscire le lacrime. Ecco, papa Francesco è questo: sa andarti a prendere le emozioni che hai già in fondo al cuore e che quasi ti vergogneresti di provare. Un po' come Jovanotti: "Mi fido di te" l'ho trascritta come lettera d'amore perché dice quel che avrei voluto dire meglio di come l'avrei fatto io».
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Bobo è fuori dal conto dei quasi 15mila toscani che in questi 12 mesi di pontificato di Francesco sono andati in San Pietro con i pellegrinaggi delle loro diocesi, in genere per l'Anno della fede indetto da papa Ratzinger tre anni fa. Nel primo anno di pontificato, papa Wojtyla l'ha fatto dieci volte (ma aveva 58 anni, Bergoglio quasi venti di più). Del resto, papa Francesco è andato in visita a città italiane finora solo tre volte. Ma la Toscana ce l'ha un po’ nel cuore: mamma Bergoglio è sì piemontese ma con parentela nel casato dei Picchi di Paganico, nella zona di Capannori, come ricorda don Ricardo Kunath, prete metà argentino e metà tedesco in servizio in Garfagnana. Non solo: una zia materna viveva a Montecatini prima di morire all'ospedale di Pescia. Ed è stato il pontefice a chiamare un gruppo di monaci toscani per assisterlo nella messa del debutto: quelli francescani della Verna. Di più: i 30mila scout che si ritroveranno ad agosto per la Route nazionale l'hanno invitato in mezzo a loro a San Rossore.
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Finora non è venuto lui, benché lo abbiano invitato un po' tutti, come il vescovo livornese Simone Giusti in nome del 450º anniversario della Madonna di Montenero. Ecco che allora sono i fedeli ad andarlo a cercare. A cominciare dai 1500 livornesi, un record per una micro-diocesi (rosso doc) come quella labronica, che hanno accompagnato la visita "ad limina" che il vescovo, al pari degli altri prelati toscani (come di regola accade ogni 5 anni), ha reso al pontefice appena arrivato, all'inizio di aprile. E poi le cronache raccontano: più di 6mila da Arezzo-Cortona a maggio; mezzo migliaio dalla parrocchia fucecchiese di Santa Maria delle Vedute a giugno. E ancora: 1.800 da San Miniato e altrettanti da Prato a settembre, oltre alla comitiva dei giovanissimi dell'arcidiocesi di Lucca e alle parrocchie apuane di Castelpoggio e Gragnana; in autunno qualche centinaio dalla Maremma alluvionata e oltre 600 dalla diocesi di Massa Marittima e Piombino; dall'inizio dell'anno l'Avis labronica e 400 parrocchiani da Cascina più il mondo del lavoro con i cavatori di Vagli e, a fine gennaio, gli operai della Shelbox di Castelfiorentino con il sindaco e il sindacalista dei metalmeccanici Fiom a tu per tu col pontefice...
FOTO Gli operai della Shelbox in visita da Papa Francesco - La diocesi di San Miniato incontra il pontefice
Nelle udienze del mercoledì c'è un aspetto surreale, anzi due. Il primo sta nel fatto che la metà del tempo se ne va per i saluti. Un elenco interminabile, ciascuno nella sua lingua madre. «Ma sono quei dieci secondi in cui si rivolge a te a farti sentire qualcosa di diverso da una indistinta folla da stadio», dice Paolo Lenzi, una vita complicata «fra certificato di nascita a Cecina, casa in Valdera e lavoro a Pisa». E l'altro tassello del puzzle? Piazza San Pietro è talmente grande da esigere il maxi-schermo per poter solo immaginare qualcosa. Eccoci dunque lì, a fissare gli occhi nel maxi-schermo che talvolta è perfino più lontano di dove sta passando il Papa ma ne moltiplica l'immagine per dieci o per venti e ne rende decifrabile il volto, i gesti, il sorriso, le mani che non stanno mai ferme. Inutile dire che abbiamo fatto tutti 3 ore di fila e 4 di pullman per guardare in una specie di "televisorone" quel che, con il canale web giusto, avremmo visto nel monitor di casa. E non c'è nemmeno il tasto rewind né la moviola o la possibilità di fare zapping quando la trama è un po' più smorta...
BUONGIORNO TOSCANA Come i nostri lettori giudicano il primo anno di pontificato
Ma di elementi strani, in questa piazza con un colonnato che pare un abbraccio, ce n'è almeno un altro ancora: e non riguardano il look bensì quella cosa antica che sono le parole. Lo dice anche Giulia Morelli, laurea in fondo al cassetto e troppi lavoricchi senz'arte né parte per farsi ancora illusioni: «L'ho sentito con quella storia del Dio spray come una roba impalpabile ma pronto uso e con quell'ironia sui "cristiani da pasticceria" che a papa Francesco devono piacere così poco. L'ho sentito dire che "la cultura del provvisorio ci taglia la vita a pezzi" ed è quel che mi succede. L'ho sentito che invitava a evitare di testimoniare la fede in Cristo con "una faccia da peperoncino in aceto"». Ecco sono tutte cose che Giulia ha sognato da ragazza sperando di cambiare il mondo: «Poi in parrocchia ci ho sbattuto il naso contro. E sono scappata via: dall'odor di sacrestia e dalla Chiesa. Anche se magari non ho smesso di abbarbicarmi alla speranza che diventare adulti non volesse dire solo marito fighettone, suv potente e vestiti chic. E ora vedo un Papa che dà il "cinque" a un ragazzino, non fa né il prefettino né il perfettino ma ti semina lì immagini straordinarie».
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